Galanzino (Entsorga): “Trasformiamo i rifiuti in energia: un mercato mondiale in crescita esponenziale, che richiede sempre più specializzazione e competenza”. Il 2026 sarà ricco di novità

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di Ettore Grassano

“Quest’anno il nostro fatturato è ancora 70% Italia, 30% resto del mondo. Dal 2026 le percentuali saranno invertite, e il nostro piano strategico triennale prevede di triplicare gli attuali volumi, con una presenza all’estero sempre più forte. Del resto il mercato Italia vale, nei prossimi 5 anni, circa 200 milioni di euro, quello dei paesi in cui operiamo attualmente cuba 2 miliardi di euro”. Checco Galanzino, contitolare e amministratore delegato di Entsorga, ha la capacità, in poche frasi e con numeri sostanziali, di spiegare un comparto complesso come quello delle tecnologie e delle soluzioni per la trasformazione dei rifiuti in energia anche a chi del settore nulla conosce, se non in modo estremamente generico. Studi classici e formazione universitaria di taglio economico, Galanzino è in Entsorga dal 2000, e insieme al socio Pietro Cella Mazzariol (fondatore e presidente) ha portato l’azienda tortonese ad essere uno dei quattro principali player mondiali nella costruzione di impianti di trattamento dei rifiuti basati su tecnologie innovative, con soluzioni che vanno dai macchinari per piccole comunità ai grandi impianti industriali completamente automatizzati.

Figura eclettica, con passioni che vanno dagli sport estremi alla politica, Galanzino è da quarant’anni anche un protagonista dell’associazionismo imprenditoriale, e ha ricoperto diversi incarichi in Confindustria. Lo incontriamo però in Entsorga, in un mattino festivo, per parlare solo ed esclusivamente di gestione dei rifiuti, e della loro trasformazione in energia: per capire quanto il comparto possa ancora crescere, e in quali direzioni.

Partiamo da una ‘fotografia’ di Entsorga, a trent’anni dalla sua nascita..
Siamo uno dei quattro grandi player del nostro settore, a livello Europa. Abbiamo testa e cuore a Tortona, ma se quest’anno il nostro fatturato è stato circa 70% Italia, e 30% resto del mondo (13 paesi tra Europa, America e Africa), le previsioni per il 2026 sono invertite: 70% estero, 30% Italia, e tutto lascia prevedere che si tratti di un trend di medio lungo periodo. Del resto, il mercato italiano della trasformazione dei rifiuti in energia ‘cuberà’ circa 200 milioni di euro nei prossimi cinque anni, quello europeo almeno 2 miliardi. E si consideri che, se oggi l’Unione Europea produce circa 2 miliardi di metri cubi di metano, la previsione è di arrivare entro il 2030 a 70 miliardi di metri cubi. E’ chiaro che il nostro business principale sarà quello.

Con quali clienti? Ossia, come sta evolvendo il mercato?
E’ in corso una forte concentrazione degli operatori, sempre più grandi, e con necessità di fornitori di tecnologie e impianti iper qualificati e specializzati. Quando abbiamo cominciato esisteva una forte parcellizzazione del mercato, soprattutto in Italia, anche se in realtà noi abbiamo sempre lavorato poco con piccole aziende, e mai sul nostro territorio. Oggi i nostri interlocutori italiani sono le tre o quattro multiutility, i nomi che tutti conosciamo. In Europa la concentrazione è ancora più accentuata, e a rivolgersi a noi sono realtà davvero grandi, sia pubbliche che private a seconda dei paesi, che si aggiudicano la gestione dei servizi in una determinata area per 20 o 30 anni, e cercano fornitori affidabili e specializzati, che siano in grado di fornire tecnologie evolute, e di gestire tutto il processo collegato, dalla valutazione costante delle attività all’intervento in tempo reale in caso di necessità.

Come riuscite a gestire impianti in realtà così distanti da Tortona?
Qui abbiamo una control room sempre operativa, che monitora tutte le attività in tempo reale: in realtà oggi, lavorando in rete, questo si riesce a fare, in emergenza, da qualsiasi luogo fisico, a condizione di avere una connessione protetta e i software adeguati. Poi chiaramente disponiamo di una rete di supporto sul posto, che può essere attivata in qualsiasi momento, in caso di necessità.

Il dibattito sui rifiuti, e le loro modalità di smaltimento o trasformazione in energia, è sempre molto vivace, e orientato in direzioni molto diverse. Ci aiuta a capire come stanno le cose?
(riflette, ndr) Partiamo da tre elementi incontrovertibili, su cui tutti concordano. Nei prossimi anni nel mondo, e in Europa in particolare, assisteremo a: 1) crescita esponenziale della produzione di rifiuti 2) Aumento considerevole di emissioni nell’atmosfera 3) crescita altrettanto esponenziale del bisogno di energia. In contesti geopolitici che sono quelli che conosciamo, estremamente delicati e mutevoli. E’ chiaro che l’equazione tanti rifiuti = tanta energia viene spontanea, e essendo noi uno dei player principali di questo settore, ci stiamo ovviamente attrezzando ad un percorso di rapida crescita. Però io rimango sempre convinto che l’approccio migliore sia quello della neutralità tecnologica.

Ossia?
Ossia non credo che possa esistere una soluzione universale, dogmatica. Anzi, quando la politica impone un certo percorso, finisce con il limitare l’esplorazione, e la ricerca in altre direzioni: che è il sale dell’innovazione. Neutralità tecnologica per me significa garantire che tutte le soluzioni abbiano pari opportunità di competere sul mercato, promuovendo innovazione, concorrenza e libertà di scelta per aziende e consumatori. Alla politica dovrebbe spettare dare obiettivi (ad esempio, ridurre le emissioni di CO2), non indicare strumenti obbligatori per arrivarci.

Quindi sì alla trasformazione dei rifiuti in energia, ma anche sì al nucleare?
Il primo processo che lei cita lo conosco bene, ci lavoro da tanti anni, e posso dire che ha enormi potenzialità e vantaggi. Sul nucleare non ho competenze adeguate, anche se mi pare che esistano non poche controindicazioni: dai tempi lunghi, addirittura decennali, per la realizzazione di nuove centrali, ai rischi in caso di conflitti bellici, ormai tutt’altro che irrealistici. E poi c’è la questione delle scorie radioattive. Ricordo che la decisione sul Deposito Nazionale viene procrastinata da anni, e intanto noi viviamo in un’area che ha, nel giro di cento chilometri, ben 4 siti radioattivi.

Torniamo a Entsorga: quali professionalità servono alla vostra azienda?
Oggi siamo in 50: tutti laureati, età media 34 anni, esclusi naturalmente i due soci. Laurea in ingegneria, ma anche in informatica, biologia, chimica, biotecnologie. Fatturato già acquisito per il 2026 40 milioni di euro, obiettivo raddoppiarlo nei tre anni successivi. Sempre al netto di acquisizioni, che pure stiamo valutando, e che certamente consentirebbero crescita più rapida. La sfida dell’Azienda, oggi, non può che essere quella della crescita, che passa attraverso una maggior ‘managerializzazione’ del Gruppo: nel 2025 abbiamo assunto tre dirigenti, altri due li assumeremo nel corso del 2026. Più in generale, siamo sostanzialmente sempre alla ricerca di personale qualificato: solo nel 2025 abbiamo speso 70 mila euro per selezionare candidati attraverso società specializzate.

In questo percorso di crescita, state valutando anche l’ipotesi di quotazione in Borsa?
Siamo in una fase evolutiva interessante, in cui ci guardiamo intorno, valutando tutte le ipotesi: dalla Borsa ai fondi di investimento. Nel 2026 potrebbero esserci novità interessanti.

Rapporto con le università del territorio?
Molto buono. Con l’Università di Pavia abbiamo da anni un percorso consolidato, che consente agli studenti che sviluppano una tesi di laurea legata al nostro settore di essere di fatto già da noi in azienda durante l’ultimo anno della laurea magistrale: e in genere l’iter si completa con una nostra proposta di assunzione, talora anche prima che venga discussa la tesi. Ottimo anche il rapporto con Upo, sede di Alessandria: finanziamo un dottorato sull’intelligenza artificiale applicata al nostro settore, e speriamo che anche da lì possano arrivare professionalità specializzate, per noi preziose.


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