Ospedale di Alessandria, il trattamento EMDR per l’approccio traumatico

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La terapia EMDR, acronimo di Eye Movement Desensitisation and Reprocessing, è utilizzata negli interventi psicologici per lavorare sulla salute mentale delle persone esposte ad esperienze traumatiche di ogni tipo.

Scoperta nel 1989 da Francine Shapiro negli Stati Uniti, è utilizzata da anni nella Azienda Ospedaliera di Alessandria, in particolare da Rossella Sterpone, direttore della Psicologia e Accredited Consultant in EMDR, che ha partecipato ai lavori della “XXI edizione del congresso annuale dell’Associazione EMDR Europe: la risposta dell’EMDR alle sfide del decennio”, illustrando i risultati su alcuni pazienti.

Spiega Sterpone: Nel nostro Ospedale l’EMDR viene utilizzata nel trattamento di disturbi psicologici conseguenti a qualunque situazione che per quella persona lì, in quel momento della sua storia di vita, diventa un evento traumatico. Violenze, lutti, incidenti, esperienze relazionali dolorose, diagnosi cliniche, preparazione a procedure cliniche…Ricordo la storia di Luna e Sole (nomi di fantasia) che hanno smesso di camminare, senza la presenza di screzi neurologici. Luna, una adolescente sulla carrozzina perché un giorno ha smesso di camminare, dopo essere anche presso altre strutture, giunge da noi: una seduta di conoscenza, di analisi del problema e di costruzione dell’alleanza terapeutica, e una di EMDR. Durante la seconda seduta, Luna si alza, esce dall’ambulatorio e va incontro alla sua mamma, che incredula la osserva, accarezzandola con lo sguardo. Sole, un preadolescente che da circa sei mesi non riesce più a sollevarsi da solo, si trascina sostenuto dai suoi familiari. Ha effettuato fisioterapia, e poi alcune sedute psicologiche di decompressione e stabilizzazione nel qui e ora, in cui ha imparato a fidarsi ed affidarsi alla nostra Struttura. In seguito, due sedute di EMDR. Durante la seconda Sole si alza da solo e cammina per il corridoio dell’ospedale, la mamma, figura estremamente importante nel percorso di cura, in lacrime lo abbraccia, e noi psicologhe lo rinforziamo, perché è stato bravissimo, e… dentro di noi, la stessa emozione di tutte le volte in cui riusciamo ad essere una base sicura per il nostro paziente. Ogni volta, è come fosse la prima volta…”

In Europa milioni di persone hanno eseguito sedute con EMDR, indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come uno dei trattamenti d’elezione per il disturbo da stress post traumatico in bambini e adulti. La terapia con EMDR si basa sull’assunto che i pensieri, le emozioni e i comportamenti negativi siano il risultato di memorie non riprocessate. Continua Sterpone: “L’intervento comprende procedure standardizzate: focalizzazione simultanea su associazioni spontanee di immagini, pensieri, emozioni e sensazioni corporee legate all’evento traumatico e stimolazione bilaterale che avviene attraverso la forma di rapidi movimenti oculari (o altra forma di stimolazione alternata destra /sinistra come taping, suoni) che portano a cambiamenti nella connettività psicologica e cerebrale e all’attribuzione di significati più utili ad eventi dolorosi e/o fallimentari, modificando cognizioni irrazionali estese all’identità globale della persona. Più l’esposizione ad eventi critici è precoce e duratura nel tempo, più gravi possono essere le conseguenze. Secondo i dati di Archives of Psichiatre, 2010, le esperienze sfavorevoli infantili (ESI, “childhood adversities”) sono associate al 44% delle psicopatologie durante lo sviluppo; al 30% negli adulti; le cause più frequenti di disturbi psicologici a tutte le età”. È stata trovata un’importante relazione causa-effetto tra l’ampiezza di esposizione alle Adverse Childhood Experiences (ACEs) e i fattori di rischio tra le varie cause principali di morte negli adulti. Attacco ischemico cardiaco, cancro, malattia polmonare, fratture scheletriche, malattie al fegato, così come una non adeguata autovalutazione della propria salute, hanno mostrato una relazione con l’ampiezza delle esposizioni infantili ad eventi critici. I dati suggeriscono che l’impatto di esperienze infantili negative sulla salute da adulti sia importante e cumulativa.