I Grigi e la maledizione dei luoghi comuni

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Grigi: dal libro Cuore alla tragedia del Poseidon CorriereAldi Jimmy Barco

 

Per I Grigi si è conclusa la prima settimana di ritiro alla Cantalupa, amena località alle porte del capoluogo di regione. Il gruppo a disposizione di Longo è un piccolo esercito formato da una trentina di giocatori, per lo più quelli che hanno fatto parte dell’organico della stagione appena conclusa.

“Squadra che vince non si cambia”, è un altro luogo comune del calcio .

Concetto banale che, se applicato sistematicamente, funziona oppure no: dipende dalle situazioni, dagli avversari, dalle caratteristiche della rosa e da variabili che spesso solo l’allenatore è in grado di soppesare. E’ lui infatti il professionista deputato a decidere perché, oltre che responsabile delle scelte, è la figura che, più di tutti, ha davanti il completo quadro d’insieme tecnico e psicologico.

Che poi non sempre le sue scelte trasferite sul campo si rivelino azzeccate è altrettanto vero. Qui però entra in gioco la casualità che ogni tanto condiziona irrimediabilmente la deriva di un match.

Un allenatore cerca di prevedere il prevedibile e preparare la squadra ad affrontare ogni situazione possibile si presenti durante una partita.

Questo vuol dire “allenare” una squadra. Il Mister allena un collettivo dunque, ma non possiamo pretendere che “alleni” pure gli episodi, perché non è Mago Merlino.

Moreno Longo, almeno da quel che mi è parso, è un condottiero fantasioso e tutt’altro che pigro, appassionato della materia e dotato di un’autorevolezza sul gruppo notevole.

Nella stagione passata il miglior condottiero del Girone A di C è stato lui. Il fatto poi di non essere riusciti a sopravanzare il Como nelle ultime due giornate della regular season credo sia da imputare a episodi extra calcio, peraltro evidenziati in altre occasioni.
Sono certo che se a Sogliano (DS del Padova, battuta dai Grigi in finale playoff un mesetto fa) chiedessero chi, fra giocatori e staff mandrogno, non vorrebbe più trovarsi contro, indicherebbe proprio Longo.

Mettere insieme un gruppo di lavoro professionalmente all’altezza che spalleggi il lavoro del Mister sarà la prossima tappa della società, tappa forse importante quanto l’adeguamento dell’organico. Facile a dirsi, ben più complesso individuare gli uomini idonei, pur sapendo che cooptare il meglio tutto e subito è impresa disperata.

Il gruppo di lavoro deve parlare lo stesso linguaggio, composto da gente leale nel quale la stima reciproca sia denominatore comune. Le valutazioni errate in questa fase rientrano nell’andamento naturale delle cose. Ma gli sbagli non possono e non devono trasformarsi in un pubblico processo nel quale si conoscono già il giudici, il pubblico ministero e addirittura il colpevole.

Torniamo alla domanda delle Cento Pistole: “è giusto cambiare la squadra che vince o no”?

Pensiamo ai Campionati Europei appena conquistati. Se Mancini avesse optato per non cambiare una formazione vincente Chiesa non l’avremmo mai visto in campo o per lo meno nell’undici di partenza.
Cammin facendo il Mister è riuscito invece, cesellando sui particolari, a trovare equilibri diversi nella squadra per sfruttare al meglio il ragazzo. Il nuovo assetto ha consentito a Chiesa (punta esterna poco a suo agio nella fase di non possesso) di giocare e diventare elemento determinante per la vittoria finale.

Vi direte: ma perché Mancini, cambiare per cambiare, non ha mai cercato alternative per Immobile, il titolare forse più deludente di tutto il gruppo?
L’alternativa per il ruolo era Belotti e il Mister ha deciso di puntare sul meno peggio, almeno secondo lui. Ha avuto ragione non solo perché il risultato finale lo ha premiato, ma per la bontà della scelta, operata magari a denti stretti. Sono convinto che, se il nostro Campionato avesse espresso una prima punta italiana di valore assoluto, il buon Ciro avrebbe visto il campo dalla panchina.

Discorso simile anche per Chiellini: il livornese non era arrivato fisicamente in forma e ha saltato le prime partite.
Quando le sue condizioni fisiche sono migliorate il vecchio bucaniere bianconero ha rilevato il giovane Bastoni (che peraltro ha fatto il suo) nel ruolo di difensore centrale e, tranne nella prestazione discutibile contro la Spagna, il “peso” del giocatore si è fatto sentire. Quando cambi e vinci, questo è il bello (o il brutto….) tutti muti. Se cambi e perdi invece un idiota ignorante che contesta lo troverai di sicuro.

Sparare sul pianista è un’attività penso di ispirazione tipicamente italiota (e pure in questa plaga a tal proposito non ci facciamo mancare niente).
L’allenatore nella fattispecie ha un piccolo (!?) svantaggio rispetto a tutti gli altri: deve decidere “prima” della partita mentre l’idiota sentenzia “dopo”, e senza dover sostanziare la sua tesi, richiamandosi semplicemente a un luogo comune.

Questa settimana per i Grigi si è chiusa senza novità eclatanti. Novità di peso invece per il neo responsabile del Settore Giovanile Cerri il quale, a tamburo battente, ha ingaggiato come allenatore per la Primavera 2 il trentasettenne Matteo Abbate.

Copia di Il Ds Sensibile dopo Alessandria-Viterbese CorriereAl

Scorrendo le sue tappe da calciatore (per quel che conta) e da allenatore vorrei esprimere un plauso per il pragmatismo della scelta operata da Cerri. Almeno sulla carta Abbate sembra avere le stigmate della persona giusta al posto giusto, prova provata che il neo responsabile del Settore Giovanile si è ancora una volta rivelato un professionista per tempestività, equilibrio e rapporti coltivati nello strano mondo del calcio. Il classico personaggio che “sa sempre dove mettere le mani”, cosa non così scontata.

Abbiamo solo sfiorato l’argomento della campagna acquisti/cessioni dei Grigi. Al momento la prima finestra estiva di mercato non ha portato calciatori considerati ‘pezzi da novanta’ per la categoria. A parte il profluvio di nomi riportati nelle solite lenzuolate pubblicate a cadenza bisettimanale, mi sento in dovere di dire due cosette.

Visti i tempi ristretti e, diciamolo pure, una promozione arrivata un po’ a sorpresa, non si può imputare a nessuno se le strategie di mercato non sono state elaborate e valutate tempestivamente. Ovvio che un po’ di improvvisazione sia comprensibile, se si tiene conto delle premesse di cui sopra.
Ma c’è un altro aspetto che peserà per il futuro e che ho già segnalato il giorno dopo il rigore calciato da Rubin: le operazioni in uscita, propedeutiche all’ingaggio di 5/6 ‘pezzi da novanta’ sono indispensabili. E parliamo di almeno 12/13 nostri calciatori adesso sotto contratto.

Prendiamo un giocatore a caso come Eusepi, dotato di un contratto “pesante”: se decidessero di sostituirlo con un bomber affermato in cadetteria l’operazione non può prescindere dalla cessione del nostro attuale puntero, pena un’insostenibilità oggettiva dell’operazione, altrimenti la casella dedicata alla punta centrale all’Alessandria costerebbe l’equivalente di quanto investito dall’Inter per Lukaku.

Il mercato non è ancora decollato, quindi, se si vuole dare una mano ai dirigenti, meglio non aggiungere tensioni a chi inevitabilmente le sta già vivendo per i fatti suoi.

Tempo al tempo quindi, cercando di far valere la serenità e “la forza dei nervi distesi”: e ve dice uno come il sottoscritto che sconti non ne fa a nessuno. E se può essere (forse….) comprensibile l’atteggiamento di una parte di pubblico e della città volto a una “diffidente attesa” (eufemismo), una cosa ce la dobbiamo mettere ben bene in zucca: un immediato ritorno in Terza Serie diventerebbe un fallimento irrimediabile non solo per il calcio locale ma per una città intera. Sempre che non si teorizzi, come qualcuno fa, che il vertice massimo raggiunto dall’Alessandria e da “quelli con il cuore grigio” sia stata la vittoria schiacciante accompagnata dal (proditorio?) abbattimento di parte della recinzione della nostra squadra a Serravalle Scrivia e il successivo lancio di fette di panettone (peraltro offerte signorilmente dai dirigenti del Libarna), gesti messi in atto da una parte del pubblico alessandrino presente anche quella volta sugli spalti.

Se il meglio dei ricordi e della passione per i Grigi fosse l’orgoglioso richiamo a quella domenica che sembra diventare roba da tramandare ai propri nipoti si spiegherebbe perché la Serie B è stata conquistata dopo un esilio durato 46 anni, ed è arrivata in una stagione giocata a porte chiuse.

Ma so che non è cosi, non è solo cosi, non può essere così…Amen.