L’aliante scomparso di Maurizio Cometto [ALlibri]

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a cura di Angelo Marenzana

 

 

Raggiunta una certa età i bambini venivano portati dal loro padre a fare una passeggiata alla spianata del Contrario. Ma quando tornavano qualcosa in loro era cambiato. Da quest’idea nasce L’aliante scomparso di Maurizio Cometto, romanzo pubblicato da Delos Digital e finalista al Premio Odissea 2016. Uali gi altri ingredienti che ruotano attorno alla vicenda di un aliante giocattolo che sparisce in mezzo al cielo? Il richiamo di un rapace proveniente da un’altra dimensione, pianti di bambini che si odono in fondo a una voragine dentro uno sgabuzzino. Cosa lega tutti questi fenomeni?

Solo la signora Lena lo sa. Lei vive nel retrobottega della sua ferramenta, e attraverso la tenda di perline spia la vita di Vallascosa. Conosce tutti i segreti del paese, molti dei quali riguardano Michele Valloni, un ragazzino in perenne rotta con il padre. Sarà proprio Michele ad affrontare la misteriosa maledizione della muta che incombe su tutti i bambini. Ma si tratterà solo del primo passo verso un’incredibile avventura che lo porterà, per fortuna non da solo, alla ricerca di una città meravigliosa.

Avvincente romanzo fantastico di formazione, dall’ambientazione tanto familiare quanto misteriosa, L’aliante scomparso è il primo volume del ciclo Il libro delle anime, produzione letteraria di Maurizio Cometto, autore nato a Cuneo e residente a Collegno. Tra i suoi libri pubblicati, la raccolta L’incrinarsi di una persistenza e altri racconti fantastici (Il Foglio, 2008), il romanzo per istantanee Cambio di stagione (Il Foglio, 2011), la raccolta di racconti weird Magniverne (Il Foglio, 2018).

Buon viaggio nell’immaginario con le lettura dei primi capitoli de L’aliante scomparso.

 

1

Un furto necessario

 

Michele spinse la porta. Sapeva che lì dentro non c’era nessuno. A parte lui, la casa era deserta.

Papà era al bar, come al solito. La mamma era andata a prendere le uova alla cascina del nonno di Francesco. Non c’era da avere paura.

Entrò nella camera da letto dei suoi genitori. La serranda era abbassata; da fuori filtrava ben poco del sole di quel pomeriggio di metà luglio.

Fissò il grande mobile a cassettoni in fondo a sinistra. Lo raggiunse e si chinò. Aprì piano l’ultimo cassetto, cercando di non fare rumore. Il borsellino di pelle un po’ sdrucito era al solito posto, nell’angolo a destra.

Rimase a guardarlo per qualche secondo.

Gli tornò in mente ciò che aveva visto attraverso la vetrina della ferramenta della vecchia Lena. Sorrise al ricordo. È vero, anche Beba e Fabio ne avevano uno molto simile, ma il loro era decisamente più piccolo.

Quando li aveva portati a vederlo avevano scosso la testa.

– Secondo me non vola, – aveva detto Beba.

– Beba ha ragione. Peserà tre chili, non lo vedi? Come fa a volare?

Michele li aveva fissati. – Vedrete come volerà. Avete visto che ali?

– Non contano le ali. Ha il corpo troppo pesante. E poi la forma del muso non mi convince. – Fabio come al solito, nonostante la sua timidezza, sminuiva le cose che non gli appartenevano, usando quella voce da so-tutto-io.

– E invece volerà più alto e più lontano dei vostri, – aveva ribattuto Michele, guardando il modellino con occhi sognanti.

Far volare gli alianti alla spianata del Contrario era una specie di tradizione per i ragazzini di Vallascosa, e Michele era sicuro che con quel particolare modello avrebbe sbaragliato la concorrenza.

– Aspetta un momento. Vorrai mica dirmi che tuo papà te lo compra? – aveva chiesto a un certo punto Beba.

– Certo che me lo compra!

– Ti ha dato i soldi per comprarlo? Tuo padre? – aveva rincarato Fabio, sgranando gli occhi dietro le lenti.

Michele si era scostato dalla vetrina e li aveva guardati con aria di sfida.

– Sì, me lo compra, e domani quell’aereo sarà mio.

I due amici avevano sorriso con aria incredula.

Adesso la voce della coscienza gli diceva che stava facendo una cosa sbagliata. Stava quasi per richiudere il cassetto, ma gli venne il pensiero che qualcuno poteva già essere andato a comprare l’aereo. Magari proprio Beba, o Fabio, o quello sbruffone di Giangi. Doveva sbrigarsi.

Afferrò il borsellino e aprì la cerniera. Contò le banconote. Una da cinquantamila, tre da diecimila, quattro da cinquemila, tre da duemila e ben undici da mille lire.

L’aereo costava ventiduemila lire. I risparmi che aveva da parte non sarebbero bastati neppure per comprare le ali.

Sfilò dal mazzetto una banconota da diecimila, due da cinquemila e altre due da mille.

Mentre richiudeva la cerniera, rimetteva a posto il borsellino e spingeva in dentro il cassetto, la paura di essere scoperto aumentò.

Corse fuori e richiuse la porta.

Quando fu nella sua stanza gli prese una strana eccitazione. Non aveva mai fatto una cosa del genere. Correva il rischio di essere scoperto.

Forse no. Papà era quasi sempre brillo, se non ubriaco, e la mamma teneva una scorta di soldi nella sua borsa, e usava solo quelli.

Fissò le banconote colorate e spiegazzate, passandosele tra le dita. Il piano era semplice: avrebbe aspettato che la mamma rincasasse, poi sarebbe corso a comprare il suo aeroplano. Sperando che nessuno lo vedesse.

 

2

La ferramenta della vecchia Lena

 

Per arrivare alla ferramenta Michele prese la strada che passava rasente i prati. Lui e Beba la chiamavano la “strada proibita”, perché i loro genitori non volevano che ci andassero. Dicevano che c’era sempre il rischio d’inciampare, piena di buche com’era, senza contare il pericolo che dalle pietraie che la fiancheggiavano spuntasse qualche vipera. A Michele e Beba piaceva, non solo perché era bello sfidare il pericolo, ma perché ti portava fino in paese senza che nessuno ti vedesse.

La mamma era rincasata e come al solito non gli aveva detto nulla. Si era chiusa in cucina e aveva acceso la tv, tirando fuori con aria stanca il necessario per stirare. Non l’aveva neanche salutata ed era partito.

Un sole sfolgorante illuminava l’erba, le foglie degli alberi, la macchia sulle colline, le acque nervose del Tarso.

La ferramenta della vecchia Lena era il negozio più antico di Vallascosa. Doveva il suo nome alla proprietaria, una donna gigantesca e grassa, lentissima nei movimenti, che aveva la tendenza a lamentarsi continuamente dei suoi acciacchi. A un certo punto la signora Lena si era “ritirata a vita privata”, e aveva ceduto il negozio a una coppia di lontani parenti a dir poco bizzarra, i Germani.

Dal giorno del suo ritiro ufficiale dalla conduzione del negozio, la signora Lena era letteralmente sparita. Alcuni dicevano che fosse stata ricoverata in una casa di riposo, altri che vivesse da un’amica in una cascina a pochi chilometri da Vallascosa. Qualcuno, invece, sosteneva che si nascondesse nel retrobottega della ferramenta, e che da dietro la tendina spiasse i clienti sorvegliando attentamente le attività dei Germani.

Su questa storia aveva chiesto spiegazioni a mamma e papà.

La mamma aveva sbuffato, poi, senza riuscire a nascondere l’ansia, aveva detto: – Io non lo so dov’è andata la vecchia Lena, ma tu promettimi una cosa.

– Cosa? – aveva chiesto Michele, incuriosito dalla strana apprensione nella voce di sua madre.

– Che non entrerai mai là dentro. Prometti?

– Perché? È il negozio più bello del paese.

– Perché è frequentato da gente cattiva. Devi stare lontano dalla ferramenta. È per il tuo bene.

– Ma la vecchia Lena?

– La vecchia Lena è solo una storia. Tu sta lontano da quel posto, punto e basta.

Per tranquillizzarla, aveva annuito.

Sentendo quei discorsi, papà si era arrabbiato. – La vecchia Lena? Oh, Dio santissimo…

Michele si era scostato per non sorbirsi l’alito impregnato d’alcool.

– Chi ti ha parlato di lei?

– In paese ne parlano tutti.

– E tu non li ascoltare! Ha ragione la mamma. La vecchia Lena è solo una storia. Non è mai esistita. E poi giù in paese ci sono solo contaballe.

Michele era rimasto interdetto. Guardava il papà con aria interrogativa, non convinto delle sue parole.

– Sta’ lontano da quella gente e da quel negozio. Sono la feccia di Vallascosa. Oppure preferisci assaggiare la mia cinghia e passare la notte chiuso in cantina?

A quel punto Michele aveva promesso che sarebbe stato lontano dalla ferramenta.

Ma la ferramenta gli piaceva tantissimo, così come piaceva a tutti i suoi amici. Non sapeva come fosse stata ai tempi della vecchia Lena. Adesso in vetrina, accanto ad attrezzi da giardinaggio e set di pentole e accessori da bagno, c’erano spesso giocattoli. E che giocattoli…

Era quasi arrivato. Ecco il ponte pedonale sulla ferrovia. In lontananza si scorgeva l’imbocco del sentiero che portava verso il Tarso. Girò a sinistra e cominciò a salire gli scalini.

Prese a fischiettare, mentre accarezzava nella tasca dei pantaloncini l’involto delle banconote.

Giunse alla vetrina senza alcun intoppo.

Guardò attraverso il grande vetro. Strizzò gli occhi una, due volte. Sentì il sudore attaccargli la maglietta alla schiena.

Nei giorni precedenti l’aereo era stato esposto tra un radioregistratore e un set di posate in argento.

Adesso quello spazio era vuoto.

L’aereo era sparito.

 

 

3

L’aeroplano dalle ali di polistirolo

 

Michele entrò nel negozio.

Il locale non era così grande come ci si sarebbe potuti aspettare. Di fronte all’entrata si stendeva il bancone. Sulla destra si apriva il magazzino, con le scaffalature che contenevano ogni sorta di articoli da giardinaggio, arredamento e bricolage.

L’elemento più caratteristico era l’odore. Si trattava di un sentore indefinibile, forse di colla, legno e metallo messi insieme, che aveva il potere di calmarlo. Respirò a pieni polmoni.

Dietro il bancone comparve finalmente il signor Germani. Era un uomo basso, mingherlino e calvo, dalla voce esile e nervosa. Indossava un paio di occhialini rotondi e spesso lo si vedeva assorto, come se sognasse a occhi aperti. Si diceva che avesse superato i quarant’anni, eppure Michele aveva sempre l’impressione di trovarsi davanti a un ragazzo, di appena qualche anno più vecchio di lui.

Alle sue spalle, una tenda di perline verdi nascondeva l’ingresso al retrobottega.

– Oh, ciao Michele.

– Buongiorno signor Germani. Sono venuto ad acquistare l’aereo.

L’uomo strinse gli occhi dietro le lenti. – Aereo? Non ho aerei da vendere. Penserai mica di essere entrato alla NASA, o in una concessionaria di aviogetti?

– Intendevo l’aeroplano con le ali di polistirolo che avevate in vetrina.

– Ah! Il piccolo aliante! Un giocattolo meraviglioso.

– Ma ce l’avete ancora?

– Certo. È sempre in vetrina. Aspetta che vado a prendertelo.

Uscì dal bancone e si fermò davanti a Michele. Lo superava in altezza di appena una decina di centimetri. Gli sorrise guardandolo da sopra gli occhiali, poi andò a frugare dietro la vetrina.

Rimase cinque minuti buoni a cercare e rimestare. Poi uscì da là dentro grattandosi la pelata. Senza dire nulla s’inoltrò tra due scaffalature e sparì dalla vista.

Dopo altri cinque minuti ricomparve. Aveva un’espressione mortificata. Scosse la testa. – Mi spiace, figliolo. Non riesco a capire come sia successo. Non lo trovo più.

– L’avete venduto?

– Dev’essere così. L’avrà venduto Giovanna, senza dirmi niente.

Guardava Michele, un po’ sovrappensiero. – Dev’essere stata Giovanna, sì…, – ripeté.

– Non può domandare direttamente a lei?

– Oggi non c’è.

Si mise a fissare il banco, con aria concentrata. – Potremmo ordinarne uno nuovo, – mormorò.

Si udì un rumore filtrare attraverso la tenda di perline verdi.

Il signor Germani voltò la testa, preoccupato. Il rumore si ripeté. Pareva una voce strascicata. Qualcosa a metà tra un lamento e un richiamo.

– Aspetta qui un secondo.

Sparì dietro la tenda.