Quando da Alessandria alla Riviera impiegavamo un’ora di auto….[Piemonte Economy]

di Cristina Bargero

 

 

Qualche estate fa, prima del crollo del ponte Morandi e dei problemi di sicurezza relativi a gallerie e viadotti, i piemontesi potevano raggiungere le località vacanziere della Liguria, a prescindere dalle cosiddette partenze intelligenti, in un’ora o poco più.

Del resto la nostra Regione spicca per una buona dotazione infrastrutturale, con ben 867 Km di rete autostradale (di cui 181 in Provincia di Alessandria) ossia più del 12% del totale nazionale, ed è baricentrica rispetto alle principali arterie di comunicazione del Nord-Ovest.

Ma alla dotazione di infrastrutture negli anni sarebbero dovuti seguire una continua manutenzione e un ammodernamento, che, purtroppo, invece, sono avvenuti soprattutto nella limitrofa Liguria.

Le cronache delle ultime settimane, con code interminabili di ore e ore per percorrere solo pochi chilometri non solo nei week end ma persino durante la settimana, paiono riecheggiare le note di Mina, per cui l’autostrada della vacanza segna soprattutto la lontananza e dilata temporalmente distanze fisiche relativamente ridotte. E altrettanti disagi, con un aumento dei tempi di percorrenza e conseguentemente dei costi, ricadono sul trasporto merci, tanto che è notizia recente che Cosco, leader dello shipping mondiale, sconsiglia i propri clienti di utilizzare il porto di Genova per le proprie spedizioni, preferendo altri scali italiani alternativi. Ma nel medio periodo tale decisione, potrebbe andare a discapito dell’intera portualità italiana, e a vantaggio dei competitors del Nord Europa, in un contesto che, invece, fino a pochi mesi fa, grazie anche al nuovo terminal Vado Gateway, vedeva crescere il sistema portuale ligure.

Il serpentone quasi fermo che da Ovada giunge fino ai raccordi con la A12 e con la A7 è lo specchio di un paese da anni immobilizzato, alle prese con un sistema di regole farraginoso, una burocrazia piegata su se stessa, incapace di modernizzarsi, carente di investimenti in opere pubbliche, con una politica più incline ai rinvii che alle decisioni.

Fattori che uniti al disallineamento dei flussi di cassa (da imputarsi alla necessità dei general contractor di indebitarsi con il sistema bancario per acquisire le commesse sulle opere infrastrutturali anticipandone però le spese man mano che cominciano i lavori)  e ai ritardi cronici relativi non solo alle grandi opere, ma anche a quelle medie, hanno portato alla crisi di alcune fra le principali imprese nazionali di costruzioni, con Astaldi in concordato, Condotte in amministrazione straordinaria. Con l’esclusione per fortuna di quelle realtà che riescono ad aggiudicarsi lavori all’estero.

E ora il nuovo Ponte di Genova, ricostruito in tempo record grazie al ricorso alla gestione commissariale, rischia di non poter entrate in funzione, per intoppi burocratici e ritardi nelle decisioni sul futuro gestore. Mentre sulla Gronda ancora nessuna decisione….