Travolti da un insolito delitto di Corrado Pelagotti [ALlibri]

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A cura di Angelo Marenzana

 

Ospite di ALlibri di questa domenica è Corrado Pelagotti con il suo romanzo (uscito in piena pandemia) Travolti da un insolito delitto pubblicato da Fanucci Editore nella collana Nero Italiano. Nato a La Spezia nel 1961, Pelagotti ha vissuto a Milano per venticinque anni, lavorando come manager in importanti società di brokeraggio assicurativo. Da qualche anno ha condiviso la filosofia del ‘downshifting’, scegliendo uno stile di vita meno stressante, riducendo volontariamente l’impegno dedicato all’attività professionale e dando priorità al tempo libero e ai suoi hobby: dipingere e scrivere. Con il suo precedente romanzo Tempo da lupi si è classificato come finalista al Premio NebbiaGialla del Festival internazionale del giallo e del noir 2019.

Con Travolti da un insolito delitto l’autore si concede il piacere di una storia nera e al tempo stesso ironica, un ritratto satirico e schietto di un mondo popolato da individui autentici e umani ma anche avari e disillusi. In questo suo secondo romanzo Corrado Pelagotti pone il lettore di fronte alla scomparsa di Fabio Mentone dirigente della sede italiana di una importante multinazionale, sparizione avvenuta nella Milano del business e della produttività a qualunque costo, con il suo strascico di ombre che si riflettono sulla quotidianità dell’azienda.

Umberto De Santis (responsabile marketing e presente sulla lista nera del grande capo, l’ingegnere Caio Massimo Siniscalchi detto ‘Il Tartarugo’, un tagliatore di teste dal lauto stipendio e premi a cinque zeri: più licenzia, più guadagna) incuriosito dalle assenze del suo collega Mentone e sospettoso per natura, incomincia una sua personale indagine mentre ogni giorno deve vedersela con colleghi invidiosi, segretarie provocanti e disinibite, e Valentina, un’impiegata che sembra ‘la donna da sposare’. Insomma, una vera lotta quotidiana. A rovinargli ancor di più la vita c’è l’arrivo della sorella, lavativa, opportunista e disarmante: gli si piazza in casa e non si schioda più. In questo trambusto l’improvvisato detective scoprirà una verità tanto inattesa quanto sorprendente e per la prima volta sarà protagonista del destino degli altri. Un destino che nasconde uno spietato assassino.

Buona lettura con un brano di Travolti da un insolito delitto.

 

 

1

 

Sono rientrato tardi, ubriaco. Succede così, quando esco con gli amici non mi regolo. Penso sempre che ci sia spazio per un altro bicchiere, ma il mio fisico non lo capisce.

Mi sono svegliato con un’orecchia tappata, la nausea e un leggero senso di vertigine. Non sono lucido, ho la testa ovattata e i pensieri corti. I ragionamenti scivolano via prima di essere compiuti.

Prima pensavo a Margherita, una collega che mi fa venire in mente una canzone, e ora il “riff” mi martella il cervello: Maria / ha due occhi che / parlano per lei / mi guarda e mi dice che non va.

Mi giro. Il vetro della finestra assorbe la mia immagine portandola in profondità: un volto senza lineamenti, schiacciato dentro quella dimensione fittizia.

Impalpabile. Artefatto.

Come me.

Provo ancora a ricordare le tappe della serata… riesco a mettere a fuoco un bar alle colonne di San Lorenzo, musica alta, corpi in movimento, luci intrecciate.

Poi mi vedo seduto a un tavolo in un altro posto che proprio non… dove… sì, ecco, “il Minotauro”, un locale di tendenza appena aperto, con frontali in vetroresina di vecchie Fiat cinquecento appesi alle pareti e un lunghissimo bancone pieno di grandi contenitori riscaldati da fiamme sottostanti contenenti improbabili paste e polpette dal contenuto indecifrabile.

Rivedo la tazza di rame del mio “moscow mule” sul tavolo, vicino al piattino di plastica pieno di quelle schifezze.

Maria / ha due occhi che / parlano per lei…

Con la pressione di pollice e indice stringo il naso e soffio con forza, ma l’orecchia non si stappa.

Mi guarda e mi dice che non va…

Devo darmi una mossa o faccio tardi al lavoro.

Se fosse proprio vero / non so cosa darei / per rubarle tutto il tempo che non ha.

Lo stallo dei pensieri perdura. Come se non avessi niente da fare. Nessun impegno. Nessuna fretta.

Nessuna responsabilità.

Se non ci fosse la nausea, non sarebbe neanche male.

Maria, ha due occhi che…

«Umberto, ti vuoi sbrigare? È un’ora che sei lì dentro!»

Le urla di mia sorella mi scuotono. Prendo la carta igienica.

Certo che un bagno solo in casa è una bella rottura.

 

2

 

La mattinata in qualche modo è passata. Mi sento meglio, anche se sono ancora un po’ rallentato. Diciamo che mi sono ripreso abbastanza da riuscire a esprimere la consueta bassa vitalità di quando sono in ufficio.

Anche oggi sto passando la mia pausa pranzo nella luce artificiale di un bar alla moda, di quelli dove si può scegliere solo fra un piatto unico, primo secondo e contorno, un’insalata primavera, o un panino pieno di salumi e formaggi molli, quelli che ti si incollano ai denti e ti danno la sensazione di affondare le mandibole nelle sabbie mobili. Per giunta non ho neanche fame.

Mangio quasi sempre con lo stesso collega, Giacomo. Non che la cosa mi faccia impazzire, ma ho bisogno di allontanarmi per un po’ da quell’ufficio pieno di rumori, di staccare e non parlare di lavoro. Con Giacomo c’è questo accordo, anche perché siamo in reparti diversi, lui in amministrazione e io nel marketing.

C’è anche quella sua stagista, una bellona alta e formosa, ma insulsa. Da qualche tempo se la porta dietro. Secondo me perché vorrebbe farsela.

Nei tavoli vicino sono seduti altri colleghi. Inevitabile, qui a Milano c’è la sede principale della nostra società, la Marvill Italia S.p.A., circa duecento dipendenti. Parlar male noi di loro e loro di noi è rimasto, forse, l’unico diversivo alle nostre giornate incolori.

La bassa energia vitale mi rende particolarmente distratto e assente dalla conversazione. Se non ho capito male, dovrebbe riguardare Fabio Mentone, un nostro dirigente che, senza un motivo particolare, sembra aver bucato un appuntamento importante non presentandosi da un prospect.

Con questa parola cacofonica che nulla ha a che fare con la lingua italiana ci riferiamo a quelle aziende che non sono ancora nostre clienti e che andiamo a incontrare sperando che lo diventino. Forse sarebbe più semplice dire potenziale cliente, ma pronunciare parole inglesi fa più effetto, soprattutto nelle aziende con casa madre americana, come la nostra.

Mentre Giacomo sta parlando a bassa voce per non farsi intercettare dai colleghi vicini, mi guardo intorno. C’è qualcosa di strano nell’aria, si avverte già l’eccitazione per il Natale imminente. Fra poco cominceranno a mettere le lucine e gli addobbi, et voilà: la rottura di coglioni sarà ufficiale.

Per associazione di idee mi viene in mente mia sorella. Stamattina, dovendo andare in comune a rinnovare la carta di identità che le è scaduta sei mesi fa, si è messa quella pancia finta che ha scovato in un magazzino del teatro dove va a fare le prove con il suo gruppo di scoppiati. Posizionata sotto un vestito da premaman comprato apposta, la fa sembrare incinta di otto mesi. La sua naturale rotondità, dovuta alla passione per budini e tiramisù e per l’ozio, completa il travestimento. Stamattina quando l’ho vista conciata così, con una mano sotto quel pancione quasi a sostenerne il peso, nonostante non fossi proprio in forma, mi è venuta voglia di cederle il posto al tavolo della cucina.

 

«E quindi Mentone non risponde al cellulare?»

La voce della stagista mi riporta al presente.

«No, hanno provato a chiamarlo già varie volte, ma ha il telefono spento» risponde Giacomo, con quel sussiego tipico di quando parla degli altri, di quando agli altri succede qualcosa e lui lo viene a sapere per primo. Gli piace, e parecchio, quando scopre che per qualche ragione sono in difficoltà. Soprattutto se la cosa non è di dominio pubblico e lui detiene l’esclusiva.

«Sarà con Margherita…» commenta la stangona, con il giusto tocco di malignità che le donne riescono a palesare così bene quando parlano di altre donne.

Al solo sentire il nome di Margherita, il “riff” di stamattina mi si ripropone nel cervello: Maria / ha due occhi che / parlano per lei…

«E no! guarda un po’ là…» Giacomo fa cenno con la testa a un tavolo sulla sinistra. «Lei è qui e stamattina non si è mossa dalla scrivania.»

Guardo in quella direzione, portandomi alla bocca una forchettata di lasagne. Margherita, una delle assistenti di Fabio Mentone, diciamo la sua preferita, è seduta con le colleghe di reparto, tutte con le schiene un po’ piegate verso il tavolo a parlare fitto e piano, sicuramente del nostro stesso argomento. Guai a farsi sentire dagli altri, potrebbero saperne di meno.

Abbasso lo sguardo e noto le solite scarpe con tacco vertiginoso, nero lucido, chiuse a laccio sulle caviglie. Sempre disinvolta, sempre a suo agio. Questa ragazza si sa muovere. Il fatto che si sia sposata da solo sei mesi non ci fa desistere dall’insinuare che se la faccia con il suo capo. Senza prove, solo con l’osservazione dei loro comportamenti e un po’ di buon senso. Del resto lo pensano tutti.

«Magari ha fatto un incidente e adesso è all’ospedale» ipotizza la stagista, di cui, rifletto ora, non ricordo neanche il nome.

«Ma magari!» replica Giacomo, al quale Mentone non è mai piaciuto, come del resto la maggior parte dei nostri dirigenti. Per lo più per invidia.

Mi guardo intorno e subito mi distraggo di nuovo.

Maria / ha due occhi che / parlano per lei / mi guarda e mi dice che non va.

Dalla grande vetrata del bar coperta da tendoni verde scuro ora filtra una lama di sole, che colpisce un unico tavolo, come un riflettore. Lo scorso anno ho frequentato un corso di regia e il mio sogno segreto sarebbe quello di farlo diventare un lavoro.

Osservo ancora, adesso con attenzione: il contrasto fra i chiaroscuri è davvero potente.

Sarebbe bello essere qui, con questa luce e la cinepresa, a girare una scena del mio film.

 

 

3

 

Arrivo in ufficio e vedo che mi sono arrivate delle nuove mail, nonostante l’ora di pausa. Purtroppo ne ricevo davvero tante e la cosa mi angoscia. Fra queste, per fortuna, ce n’è una di Maurizio Crovara, un dirigente dell’area commerciale, uno sempre schizzato. La apro immediatamente.

Caro umbetto, Faccios eguito alla Tua segnalazioen di stamattina…

Un mito. Picchia le dita sulla tastiera del computer come Ray Charles.

Chiudo la mail e attendo fiducioso la prossima.

Forse fra un po’ Giacomo mi scriverà qualche aggiornamento su Fabio Mentone. Attivando tutte le sue conoscenze, magari è già riuscito a sapere perché non si è presentato all’appuntamento col potenziale cliente.

Mi sono arrivate anche nuove mail da colleghi e clienti, ma quelle possono aspettare.

Penso a Margherita e subito mi sale in testa la canzone: Maria / ha due occhi che / parlano per lei…

Mi alzo, mi dirigo verso il suo reparto e mi avvicino alla sua scrivania con l’espressione più naturale che posso. «Ciao Marghe, sai dov’è Fabio?»

Lei mi guarda e i sui occhi severi dicono “Sei un cretino, lo sai che non lo so”.

È proprio per il fatto che riusciamo a comunicare senza bisogno di parole che quando penso a lei spesso mi viene in mente quella vecchia canzone di Gianmaria Testa: Maria. I suoi occhi parlano per lei.

Intanto Margherita con la voce modula un piatto: «È fuori per un appuntamento» e torna a fissare lo schermo del computer, aperto sulla pagina iniziale di Outlook.

Senza perdermi d’animo mi avvicino di un passo cercando di decifrare a quale sito appartenga l’icona sulla barra bassa dello schermo, che ho visto dissolversi mentre mi avvicinavo, ma senza successo, oggi ho anche la vista annebbiata.

Suo malgrado lei alza di nuovo la testa comunicandomi con i suoi dolci occhi verdi: “Che cazzo vuoi ancora?”.

“Belle scarpe”, le dico con i miei, abbassando lo sguardo.  Poi chiedo: «Quando rientra?»

“Feticista”, occhieggia lei, dicendo: «Non lo so. Prova a chiamarlo sul cellulare.»

“Maiala”. «È spento.»

“Porco”. «Allora prova più tardi, vuol dire che sarà ancora dal prospect

Sarebbe facile adesso scoprire le carte e dirle che so tutto, che dal prospect non è mai arrivato. Troppo facile.

«Va bene, allora torno più tardi.»

 

Mi sono appena seduto dietro la scrivania quando mi suona il telefono. È Mirna, la segretaria del Tartarugo, il nostro amministratore delegato, che ho soprannominato così per via dell’aspetto. Mi dice che il big boss ha bisogno di parlarmi. Che cavolo vorrà da me?

Mi alzo di nuovo e mi dirigo verso gli uffici della Direzione.

Il Tartarugo (se sapesse che lo chiamo così mi licenzierebbe) alias Caio Massimo Siniscalchi, pardon l’ingegner Caio Massimo Siniscalchi, è con tutta probabilità la persona più prepotente e presuntuosa che io conosca. Ha fatto la sua fortuna con abilità, cinismo e grandi dosi di cattiveria e rancore. I suoi principali obiettivi sono due:

1) distruggere i concorrenti;

2) raggiungere i budget trimestrali per ricevere sontuosi bonus.

Il primo gli serve per nutrire il suo spirito da carnefice, il secondo per garantire i consumi da piranha della moglie.

Apro la porta che divide il Purgatorio dal Paradiso e trovo subito lo sguardo di Mirna, la segretaria di direzione.

Mirna ha un punto debole: i dolci. Non mi ricordo di averla vista senza qualcosa per le mani, che sia un cioccolatino, uno snack, una caramella o un semplice biscotto. Credo che si tratti di una forma nervosa. Del resto, con un lavoro e un capo del genere, da qualche parte uno deve pur sfogarsi. Peccato per il suo fisico, che non sarebbe neanche male, ma è appesantito da quelle costanti iniezioni di glucosio.

La vedo sgranocchiare una barretta di cioccolato e le dico che lui mi ha cercato. Ovviamente lo sa e mi fa cenno di aspettare, che ora il capo è al telefono.

Mi guardo intorno, appese ai muri bianchi ci sono tante piccole fotografie incorniciate: ritraggono persone di spicco della Marvill nel corso del tempo, fin dagli anni venti, quando fu fondata in America. Mi chiedo se questo possa essere un luogo opportuno per girare una scena del mio film ma non ne sono convinto: tutto troppo asettico, freddo.

Osservo ancora le foto, tutte in bianco e nero, così distanti, perse in vari strati di passato, e di colpo mi viene in mente la scena finale di Shining, dove Jack Nicholson appare nelle vecchie foto di quando l’albergo era stato inaugurato. Subito nel mio cervello si fa strada un pensiero angoscioso, spaventevole: e se fra quei volti, in una foto del 1921, trovassi il sosia dell’ingegner Caio Massimo Siniscalchi?