Il mistero dei tamponi: gestiti in sicurezza o in confusione?

Ho letto l’articolo di Silvana Tiberti “Ora ho davvero paura”, e ne condivido pienamente i contenuti.
Scrive Silvana Tiberti: “Sì, per la prima volta dall’inizio di questo delirio, ho paura. Senza fiducia, muore la speranza, che ti fa sopportare la prigionia. Muore la speranza nella lotta al contagio, nella cura se ti ammali. Siamo soli? Affidati alla sola fortuna di entrare a far parte degli immunizzati di gregge?”

Il pezzo è da leggere per intero.

Già, la paura dopo che ascolti che la scienza medica è in disaccordo, che la politica arranca e non conclude. Sempre dalla lettera della Tiberti: “Leggo che il M5S ha fatto una richiesta semplice, concreta, comprensibile a tutti noi cittadini disorientati e impauriti: subito tamponi a tutto il personale sanitario in Piemonte”. Beh, senza che fossero i Cinque Stelle a chiederlo, sarebbe dovuto essere così già dall’inizio, partendo dalle responsabilità del Governo, che avrebbe dovuto fornire indicazioni e protocolli precisi alle Regione, e pure il necessario per fare i tamponi al personale sanitario e non solo. Su questo tasto potrei scrivere un volume, raccontando una serie di esperienze di singoli di casa nostra con cui mi sono confrontata in queste settimane di forzata quarantena domestica.
La paura di Silvana Tiberti è assolutamente fondata: chi di noi ha avuto qualcuno di caro colpito dal virus, sa bene qual è la via crucis di sofferenza, e di paura per chi ci sta attorno. E conosce bene anche il senso di abbandono.

Un caso concreto: ieri ho parlato con un amico che vive nella nostra provincia, lui e la moglie nel mese di marzo hanno avuto molti giorni di febbre alta, curati a casa dal medico di famiglia con il Plaquenil e antifebbrili. Dopo venti giorni sfebbrati hanno chiesto tramite il medico di poter fare un tampone visto che hanno nipoti da accudire perchè i figli lavorano. Il medico ci ha provato ma nulla di fatto: mancava il reagente in quel momento, e parliamo di marzo. Nel frattempo è insorta una seria problematica neurologica al mio amico, il medico lo ha mandato in ospedale per una visita extra COVID 19 ed è stato ricoverato. Fra Tac con contrasto e varie indagini neurologiche gli hanno fatto due tamponi: tutto bene, negativi.
In fin dei conti era quello che desiderava accertare dall’inizio, e qui il mistero: nel dimetterlo gli hanno spiegato che il primo tampone effettuato l’11 marzo era positivo e fortunatamente i due tamponi appena fatti erano negativi. Il mio amico ha precisato che l’11 marzo non ha fatto nessun tampone ed era in casa con febbre alta, ma gli hanno dimostrato con atti cartacei che il tampone positivo a suo nome risulta.

Di chi sarà dunque quel tampone?

Ormai regna generale confusione, che il mio amico ha riscontrato nei due giorni e due notti trascorse tra Pronto Soccorso e il ricovero in una stanza con un ammalato intubato per coronavirus, e il timore di essere entrato sano per uscire malato.

Mi chiedo quindi: se io dovessi essere obbligata a fare un tampone, chi mi garantisce se nella confusione il mio tampone non venga perso, o sostituito con i dati di un altro? Dio è rimasta l’unica nostra speranza: speriamo che non dorma anche Lui!

Graziella Zaccone Languzzi