Ghost Train [Il Superstite 458]

ATO6: "Crisi idrica, i cittadini siano più parsimoniosi con l'acqua" CorriereAl 1di Danilo Arona

 

Ghost Train è il titolo di un cortometraggio del 2013, tesissimo e molto ben fatto, diretto da Lee Cronin, l’autore di The Hole in the Ground, sorprendente lungo del 2019 uscito con il titolo “italianizzato” di Hole – L’abisso. Sul DVD di quest’ultimo lo trovate come extra, altrimenti è facilmente reperibile su YouTube. Della durata di 16 minuti di cui non  un secondo è da buttare, il plot schematicamente raccontato vede due amici, Michael e Peter, che si ritrovano per uno strano pellegrinaggio a un parco di divertimenti abbandonato sovrastato all’ingresso da un gigantesco scheletro con le “braccia” distese di lato. Vanno davanti al treno fantasma alla cui cassa c’è  un teschio con la bocca spalancata. Lì davanti trent’anni prima i due, più un altro bambino di nome Sam, vissero una sconvolgente esperienza che ci viene mostrata in flashback: Michael  aveva infilato qualche monetina nella bocca del teschio – diciamo tutte meno una -, facendo prendere vita alla ghost house con gli occhi del teschio che si illuminavano accompagnati dall’intenso sferragliare di macchinari arrugginiti in fase di avviamento. Un preambolo di breve durata e, mentre Sam sedeva, ansioso di schizzare sulle rotaie del ghost train, dentro la piccola carrozza del trenino, Peter aveva iniziato a randellare con violenza il teschio sulla testa per fare partire la corsa con le maniere cattive. E così era accaduto: il vagone si era mosso d’improvviso e subito inghiottito dalla struttura della “casa degli orrori”. Ma non era mai più uscito con l’urlante Sam chiuso per sempre là dentro, con il beneplacito del famoso patto con lo spettatore, leggi sospensione dell’incredulità.

Così trent’anni dopo Michael, per dare un senso all’appuntamento col destino, decide di restituire alla bocca del teschio la famosa “moneta mancante” e tutto si rimette in moto, ma al contrario, ovvero si apre la porta dell’uscita e ne esce una piccola carrozza che sembra vuota, ma non lo  è: in una scena davvero disturbante il corpo bianco ed emaciato del piccolo Sam – piccolo perché è rimasto tal e quale allora – si alza lentamente e si dirige verso gli amici diventati adulti colpevoli di averlo abbandonato. Finale quasi ovvio con vendetta, tremenda vendetta.

Ghost Train non è solo teso ed esteticamente perfetto, ma pregno di sotterranea cultura horror, dal passato che ritorna a Ray Bradbury (soprattutto il racconto The Lake), dalle paure infantili alla mostruosa Funhouse, realizzata così bene in digitale che nemmeno te ne accorgi. Lee Cronin al proposito ha dichiarato: «Sono sempre stato affascinato da quanto la giostra dell’orrore che si trovava al parco giochi mi spaventasse, quand’ero piccolo. Ripensando alla mia infanzia mi sono tornati in mente i vecchi amici, quelli a cui sei legatissimo quando hai 9 o 10 anni ma con i quali poi, crescendo, perdi i contatti. Ho pensato ai guai in cui spesso ci cacciavamo giocando, e a come in certe occasioni siamo stati davvero fortunati a non saltare in aria o precipitare nel vuoto. Cose da bambini, ma quando cresci ti guardi indietro e dici ‘era davvero pericoloso!‘ Tutti questi ricordi mi hanno portato a immaginare Ghost Train  come un film sulle decisioni che prendiamo da ragazzini, e su come tali decisioni siano in grado di influenzare la nostra vita adulta. Un tema piuttosto importante, ma io amo raccontare storie attraverso un punto di vista fantastico e così ne ho fatto un film horror.»

Tanto intreccio fra arte e vita vera non può che richiamare alla memoria un tragico episodio accaduto in provincia di Verona nel febbraio del 1991, una di quelle storie che lasciano interdetti per le sue attinenze, casuali, al mondo dell’immaginario gotico e che affido a un articolo del tempo pubblicato su La Repubblica:

 

MUORE PER LO SPAVENTO NELLA ‘ CASA DELLE STREGHE’

 

Verona. Doveva essere una normale, tranquilla passeggiata al Luna Park insieme ai genitori. E invece si è trasformata in tragedia. È accaduto al Luna Park di Bussolengo, un paesotto di dieci mila abitanti sulla Statale che collega Verona al Lago di Garda, dove Nadia G., una bambina di appena tredici anni, è stata stroncata da un infarto all’ uscita della Casa delle Streghe. Tutto si è svolto nel giro di pochi minuti, lasciando i genitori della bambina impietriti dal dolore. Nadia non soffriva di cuore, racconta adesso il padre. Era una bambina sanissima. Quando l’ho vista crollare ho pensato a uno scherzo. Lei era così. Si divertiva sempre a giocare e a farmi prendere paura per poi farsi abbracciare. Per questo, quando Nadia crolla improvvisamente sul pavimento di legno, come svenuta, il padre e la madre non si allarmano e fingono di stare al gioco, di credere all’ ennesimo scherzo della figliola. Passano alcuni secondi, ma la ragazza resta a terra, senza dare il minimo cenno di vita. Intanto la folla si accalca, spinge per uscire dal tunnel, senza comprendere il perché di quell’ improvviso ingorgo. Tra scheletri e ragnatele i primi a capire la gravità della situazione sono gli zii di Nadia,  che hanno accompagnato la nipote insieme alla sorella gemella all’ interno della buia galleria. Una Casa delle Streghe in piena regola, con minacciosi pupazzi di cartone, le ragnatele che sfiorano il viso e gli scheletri in plastica fluorescente: un mondo di fantastici orrori e di mostri infantili, avvolti dalla penombra. Dopo un attimo anche il padre capisce che non si tratta di una burla, che la bambina, riversa a terra, non sta scherzando come tante altre volte. Corre e si inginocchia davanti alla figlia morente. Il suo viso è terreo e il respiro affannoso. Lei non risponde, mentre le labbra diventano livide sul volto bianchissimo. Anche la folla accorsa per la festa del patrono non capisce subito la gravità della situazione. E comincia a spingere per entrare nel tunnel, bloccato all’ uscita dai genitori e da due infermieri che tentano di salvare la ragazzina con la respirazione bocca a bocca. Inveisce persino il gestore della giostra: Fate largo. Devo lavorare. La gente ha pagato il biglietto. Poi, per sgomberare la ressa, riaccende la piattaforma elettrica dov’è sdraiata la ragazza. Intanto la madre della piccola si fa largo nella folla, agguanta il telefono all’ interno di una roulotte, e chiama l’ ambulanza del vicino ospedale. Passano dieci, quindici, venti minuti. Ma l’autolettiga non arriva. Una vergogna, si sfoga stravolto dal dolore il padre. L’ospedale è a meno di 500 metri di distanza e passa più di mezz’ora. Tant’ è vero che lo zio della bambina decide di correre a piedi al Pronto soccorso dell’ ospedale per chiamare un medico. Per giustificare il ritardo, racconta, mi hanno detto di aver ricevuto parecchie telefonate fasulle da parte dei soliti ubriachi. Davvero una vicenda inquietante. Alla fine, l’ ambulanza arriva. Ma il cuore di Nadia non ce la fa più. E dopo tre minuti di corsa nella folla a sirene spiegate, la bambina muore fra le braccia degli infermieri. In serata, il giudice Marco Venatelli ha disposto il trasferimento della salma della bambina tredicenne al Policlinico di Verona, dove sarà eseguita l’ autopsia per accertare le cause della morte. Davvero un episodio straziante e al tempo stesso sorprendente, commenta il professor Oreste Ghidini, direttore sanitario dell’ ospedale di Bussolengo. Si potrebbe pensare ad arresto cardiaco, forse provocato da un’ emozione troppo intensa. Eppure, la Casa delle Streghe non riservava davvero sorprese violente. I soliti lamenti stereofonici col vecchio mangiadischi che gracchia, la mano morta in caucciù che accarezza il viso, e i getti d’ aria da gommista che alzano le gonne mentre il pavimento trema. Un brivido da poco, davvero un gioco da ragazzi, conferma esterrefatto, quasi fuori di sé per l’incredulità, Angelo Esposito, un ambulante che lavora nel parco divertimenti. E aggiunge: Ci sono dischi volanti da trenta tonnellate che si alzano a mezz’ aria e ruotano vorticosamente mentre la forza centrifuga schiaccia i ragazzi contro le ringhiere. Il tunnel delle streghe, invece, è davvero una giostra per famiglia. Eppure Nadia, 13 anni, è morta di paura. La tenevo per mano per non perderla nel buio racconta la sorella Sonia e all’improvviso l’ ho sentita svenire. Ho stretto il pugno, ma nella mano mi è rimasto solo il suo guantino.

L’autopsia non scioglierà i dubbi. Il cuore si era arrestato per un fortissimo shock, ma non si riscontrarono invalidità pregresse tali da giustificare un cedimento del genere. Faceva ginnastica normalmente, era sana.
E allora? Allora niente. Un evento macabro e misterioso che andò ad aggiungersi alle migliaia di altri accadimenti macabri e misteriosi disseminati a ragnatela sul pianeta. Uccisa dalle tenebre, o da qualcosa che in quelle tenebre da parodìa si appalesò soltanto a lei. Perché Nadia qualcosa vide quel giorno di quasi trent’anni fa. Su questo non ci piove.