Fino alla quasi fine [Il Flessibile]

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di Dario B. Caruso

 

Ho un portachiavi.

Semplicissimo, bruttarello.

Ha però un valore simbolico.

Mi è stato regalato due Natali fa da una classe di piccolissimi studenti, segno di gratitudine e di affetto.

Effettivamente abbiamo lavorato con gioia ed impegno, divertendoci ed imparando molte cose. Reciprocamente.

Oggi questo portachiavi è usurato e consumato dal tempo ma svolge ancora brillantemente la sua duplice funzione: la prima di raccogliere le chiavi di casa, porta, portone, cassetta della posta, cantina, ascensore; la seconda di ricordarmi ciò che di buono è stato fatto.

Insomma, è consumato dal tempo ma voglio usarlo fino alla quasi fine.

Fra qualche settimana lo sostituirò, potrebbe certamente resistere per almeno altri due tre mesi ma preferisco riporlo in un cassetto assieme ad altre mille cose (inutili ad occhi altrui) giunte alla quasi fine.

Trovo che sia rassicurante congelare il tempo, fermare la clessidra senza far scorrere tra i due bulbi l’ultima manciata di sabbia.

Mi piace l’idea di conservare i restanti granelli e osservarli cadere magari fra dieci venti trent’anni.

Si corre così il rischio di non vedere la fine ma è questo il fascino.

Leggere un romanzo giallo e giunti all’ultima pagina trovarla corrosa dal maledetto pesciolino d’argento.

Pesciolino d’argento.

Preferisco esorcizzare il rischio e provare a giocare in contropiede, vecchia tattica calcistica ormai desueta.

Quasi fine.