In deserto di Pee Gee Daniel [ALlibri]

A cura di Angelo Marenzana

 

Pee Gee Daniel (all’anagrafe Luigi Straneo e torinese di nascita) vive in Alessandria e appartiene alla ormai consolidata schiera di scrittori di casa nostra. In veste di autore gradito ospite del nostro appuntamento domenicale di ALlibri, ha pubblicato un numero di romanzi tale da fargli confessare “ormai ho più editori che parenti”. Tra i vari titoli della collezione di Pee Gee Daniel Gigi il bastardo (& le sue 5 morti), Montag, Il politico, Golena, Lo scommettitore, Leucotea Project, Ingrid e Riccione, Ed. La Gru, Il lungo sentiero dai mattoni dorati, epiGraphe, Freakshow, Kipple, Un’infilata di onesti accidenti, Scepsi & Mattana, Il messia di Orogrande, Santi Ed., Ego e libido, Ed. Leucotea, Yellow Kid, pistolero, Santi Ed.,  I confini del male, Pop Edizioni, il libro interattivo Phenomenorama, Inbooki, il saggio filosofico Il riso e il comico, il saggio dal titolo Breve compendio sopra gli umani caratteri, pubblicato dalla casa ed. Catartica e Il manuale dei baffi per Battaglia Edizioni.

Il racconto che proponiamo oggi in lettura, In deserto, è tratto dalla raccolta Horrorabilia, recentemente pubblicata da Homo Scrivens. Un album di personaggi  dove il sacro e il profano, il sublime e il ridicolo, si fondono nelle avventure “creepypasta” di indomabili fenomeni, rigorosamente da baraccone, immagini dei nostri tempi bui.

Da  Giovannone, un rimorchiatore, ma solo virtuale, come rivela il suo nick-name “GianSolo” a Franky Panico, il più spietato dei leoni da tastiera, il sovrano dei social network. Poi c’è Pasqualo Del Grosso, detto “Squalo” per via di un innato talento nel corrompere e frodare che riceve la visita di tre fantasmi di Natale: la Guardia di Finanza, i creditori, i pignoratori. E poi ci sono Nomìs, pittrice di paesaggi sovrannaturali, Maxilla, il triste Gorilla, fino a un improbabile “tallone da killer” e all’esaltato di Galilea, vero e proprio “Dio” della vanità.

Buona lettura con In deserto

 

Era uno dei tanti esaltati di cui pullulava in quei tempi la Galilea.

Il popolo allora era talmente provato dall’occupazione romana che idolatrava chiunque gli promettesse che, in una maniera o nell’altra, lo avrebbe reso libero.

Io, come spesso mi capita, in quei giorni vagavo senza meta per le lande desertiche. Qualcuno doveva averlo avvertito della mia presenza in quelle zone.

Mi raggiunse dopo quaranta giorni di estenuante tragitto, fuggendo gli scorpioni, catturando locuste per cibarsene. Mi arrivò davanti emaciato, ricoperto di piaghe e di croste, gli occhi infossati nelle orbite, la tunica che era ridotta a un cascame di stracci.

Lo accolsi con fastidio. Mi rivolsi a lui senza alcuna premura. Ma appena abbassai lo sguardo sul suo volto anonimo percepii, non senza un certo stupore, che, per un puro gioco del destino, proprio lui, tra i tanti, sarebbe stato quello che le moltitudini avrebbero osannato. Il suo nome sarebbe stato tradotto e adorato in tutte le lingue del mondo. Proprio costui sarebbe stato riconosciuto come il messia tanto atteso.

Lui intanto continuava a fissarmi con aria supplichevole.

Quella sua aria dimessa nascondeva megalomanie insospettabili.

Pretendeva di sapere a tutti i costi quello di cui mai alcun uomo dovrebbe venire a conoscenza: il proprio futuro. Glielo rivelai senza farmi troppo pregare.

Estrassi dalla sacca qualche grano di segale cornuta che mi porto sempre dietro. Lo raffinai tra due spuntoni di roccia, usando una pietra come pestello. Gli diedi da bere quella polvere mischiandola a un infuso a base di vino. Lui trangugiò la bevanda con ansia, la speranza che ogni sua curiosità venisse accontentata gli brillava nel fondo dei grandi occhi sgranati.

Quasi all’istante le gambe gli si fecero molli. Lasciai che si accovacciasse sopra una stuoia stesa là vicino, un attimo prima che le visioni iniziassero.

La rivelazione lo investì improvvisamente, cogliendolo impreparato. Le visioni lo assalirono come il ribollio di uno scirocco impetuoso che spazzi e scombussoli tutto d’un colpo una tranquilla vallata.

Vide fratelli che avrebbero scannato fratelli, guidati da una cieca fede in lui. Assistette alle guerre che per millenni avrebbero fatto per causa sua. Contemplò gli eserciti che si sarebbero affrontati petto a petto, mentre da ognuno dei due schieramenti si innalzavano grida entusiaste che lo nominavano, da entrambe le parti, perché intercedesse in loro favore. Vide intere popolazioni schiacciate di fronte al rifiuto di venerare il suo nome. Passò davanti al suo sguardo stupefatto l’oceano di sangue che sarebbe scorso in sacrificio per lui, bagnando la terra a ondate incessanti. Sentì le urla strazianti, frutto delle torture e dei supplizi inflitti a chi non lo riconoscesse come l’unico dio delle genti.

Si riebbe da quell’incubo veritiero scrollandoselo di dosso con un tremore inconsulto che interessò tutto il suo gracile corpo. Dopo di che più non resse e si afflosciò su se stesso, guardandomi da sotto a sopra con un’espressione spiritata. La bocca digrignata dallo sconcerto.

Mi domandò se tutto quello che aveva veduto sarebbe almeno servito a riscattare le sorti degli uomini. Gli risposi che no, che tutto quanto avrebbe continuato a procedere esattamente come prima che lui nascesse. Furti, stupri, matricidi, violenze: nulla di tutto questo sarebbe sparito dalla storia umana. Anzi, la rinnovata fiducia che il suo nome avrebbe saputo infondere nei loro animi non avrebbe fatto altro che legittimare gli antichi istinti, ora condotti in virtù di una causa superiore.

Mi chiese come potesse evitare tutte quelle morti innocenti.

Abbandonando immediatamente la scena pubblica senza ripensamenti, gli spiegai senza enfasi.

Mi guardò per qualche tempo con sguardo incerto. Provò a ribattere qualcosa, ma le parole non sembravano riuscire a staccarglisi dal cuore per emergere sino alla bocca.

Quando sentì le forze tornare ad assisterlo si rimise in piedi. Con gesti stentati indicò la mia borraccia. Gliela porsi. Bevve l’acqua a brevi sorsi, come per prepararsi al lungo viaggio di ritorno che lo attendeva. Poi si voltò e, un passo davanti all’altro, sparì all’orizzonte, senza mai voltarsi, neppure per un fugace saluto di commiato.

Ho poi saputo che all’eventualità da me prospettatagli aveva preferito la futura gloria degli altari.