Troppo tardi [Il Flessibile]

di Dario B. Caruso

 

Domenica mattina.

Preparo la colazione, il latte è sul fuoco e mi appresto ad imbandire con più dovizia di particolari la tavola.

Abbiamo tempo, io e Donatella, e ce lo prendiamo tutto.

Preparo le fette biscottate imburrate e lancio uno sguardo al pentolino del latte.

Prendo le marmellate e lancio uno sguardo al latte. Ho tempo.

Apro l’armadietto e prendo i biscotti, tre differenti qualità, integrali, al limone e al cioccolato, lancio uno sguardo al latte. Ci siamo quasi.

Ma ho ancora tempo per prendere lo zucchero.

Mi volto, zucchero sulla tavola, mi rivolto et voilà….

Il latte velocemente sale verso l’alto, in una corsa contro il tempo balzo sulla stufa, giro la manopola del gas.

Troppo tardi.

Il latte deborda e inonda tutto il piano cucina, tirato a lucido la sera prima da Donatella.

Le notizie di queste settimane – che in realtà sono mesi e certamente anche anni – ci dicono con drammatica ma cruda verità che è troppo tardi.

Siamo stati spavaldi, ci siamo riempiti la bocca di parole, le scuole si sono impegnate in progetti, manifestazioni, incontri con gli scampati ai lager e alle persecuzioni e ora che questi scampati stanno – per ragioni crudelmente anagrafiche – scomparendo stiamo per ricadere nel tranello ciclico dell’ignoranza.

Alcuni giorni fa, in classe, chiedo ai ragazzi di terza di aprire il libro di storia della musica.

“A pagina 180, grazie”

“Prof, perché dobbiamo studiare Sc… Sc….Scionberg?!?” dice Lucia.

“Infatti, suoniamo un po’, facciamo qualcosa di divertente…” contrappunta Amedeo.

“Ve lo dico subito: perché Schoënberg ha composto un brano dal titolo Un sopravvissuto di Varsavia in cui narra ciò che accadrà ai vostri nipoti”

Mi guardano tutti sbigottiti, ma vai a spiegar loro che non sono stato io ad inventare i corsi e ricorsi storici.

La cosa che mi stupisce, quando il latte va sul fuoco, è che nel pentolino ne resti a sufficienza da poterne bere una tazza abbondante.

Stranezze della vita, fermarsi distratti sulle apparenze e risvegliarsi dal torpore quando inevitabilmente ormai è troppo tardi.