di Beppe Giuliano
A inizio anno dopo l’Australian Open cioè il primo dei quattro tornei che formano il “grande slam” scrivevamo: Il mondo in mano a una “hafu”riferendoci a “Naomi Osaka, il volto nuovo del tennis”, pronosticandole la possibile vittoria negli altri tre tornei. Da allora, la nostra Naomi è arrivata al massimo agli ottavi di New York, dov’era campionessa in carica. A Wimbledon ha perso al primo turno. Nel frattempo abbiamo solo l’imbarazzo della scelta di volti nuovi del tennis femminile.
Il Roland Garros l’ha vinto la Ashleigh Barty, aborigena australiana (come la grande Evonne Goolagong), tornata al tennis dopo un periodo in cui si era data al cricket, controcorrente pure nel fisico visto che a Naomi concede ben quindici centimetri di statura ed è perfino più piccola della vincitrice di Wimbledon Halep.
Proprio sull’erba londinese abbiamo ammirato la quindicenne Coco Gauff, candidata a prendere il posto di Serenona quando lei si accorgerà di non essere immortale (sempre che questo prima o poi succeda). Gauff che agli US Open ha perso, tra lacrime che raccontano la sua grinta, proprio dalla Osaka.

E in finale contro la solita Serenona c’è arrivata un’altra nata del ventunesimo secolo, la canadese di origini rumene Bianca Andreescu. Che ha crudelmente impedito, una volta di più, alla ragazzona di Compton di raggiungere finalmente “Margherita la bigotta” in testa alla lista delle ragazze con più grandi slam vinti.
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Serena Williams aveva vinto per la prima volta a New York giusto venti anni fa, e riletta oggi è veramente degna di nota l’apertura dell’articolo di Repubblica, ovviamente a firma dell’immenso “scriba” Gianni Clerici:
“Mentre Serena a colpi di clava mazzolava quella povera creaturina della Hingis, Bill Clinton e sua figlia Chelsea la seguivano alla televisione dalla Nuova Zelanda, dove il Presidente si trovava per la conferenza economica dei paesi asiatici. E, alla fine del match, le avrebbero telefonato. Emozionatissima, la candida Serena aveva creduto dapprima ad uno scherzo. Ma quando il Presidente l’ha addirittura invitata alla Casa Bianca, la sua gioia non ha avuto confini, e non ha saputo trattenere una serie di strilli e squittii degni di Minnie. Mentre il testo della telefonata veniva trascritto, iniziavano le interpretazioni dei Clintologi. Veniva scartata con infamia l’ipotesi che quel birbo volesse sostituire Monica Lewinsky con una nota di colore. E si finiva per concordare a grande maggioranza che sì, la vittoria di Serena vale un bella manciata di voti neri, visto lo share televisivo della Cbs.”
Certo, riletto oggi, ci sono diversi passaggi su cui riflettere. Sarebbe impossibile definire la business-woman che è diventata la Williams, una tra le più influenti e ricche del mondo, “candida”. Così come viene impossibile pensare che una così attenta alla propria immagine emetta “strilli e squittii degni di Minnie” (magari: spaventose urla?).
E sorvolando su certe allusioni che in tempo di #metoo probabilmente avrebbero attirato allo “scriba” più di una critica, c’è da notare uno stravolgimento mica da poco nei rapporti di forza diciamo politici: la Lewinsky su Twitter scherza, con grande intelligenza, sul suo passato e a un sondaggio sul peggior consiglio professionale mai ricevuto ha risposto: an internship at the white house will be amazing on your resume (stagista alla casa Bianca sarà eccezionale per il tuo curriculum). Mentre Bill di recente lo abbiamo visto nell’imbarazzante quadro in cui è ritratto in abiti femminili. Già, quello trovato a casa di Jeffrey Epstein, il miliardario trafficante di minorenni suicidato in prigione.
Quella edizione del 1999 tra l’altro è da ricordare non solo per l’ascesa delle sorelle Williams e con loro del tennis femminile, spesso negli ultimi vent’anni più interessante e più seguito di quello dei maschietti, ma anche per il ritorno all’agonismo di una delle più celebri baby-campionesse, Jennifer Capriati, la figlia dello stuntman paisà Stefano (uno dei loschi padri che nel tennis non mancano purtroppo).
Jennifer, che aveva vinto sedicenne l’oro olimpico a Barcellona 1992 diventando insieme a Magic Johnson e al “Dream team” l’immagine degli statunitensi in quella Olimpiade, e di cui poi aveva parlato soprattutto la cronaca giudiziaria.
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Ovviamente per noi la grande storia è stato invece il successo nel torneo maschile di Matteo Berrettini, il ventitreenne salito fino alla semifinale, che ha mostrato un paio di doti quasi inedite per i tennisti di casa nostra, cui si aggiunge un carattere più saldo ed equilibrato rispetto a tutti i nostri, almeno dagli anni ottanta a qui: un servizio finalmente all’altezza di quelli forti e la capacità di vincere le partite equilibrate, anche se lo ha aiutato trovare nei quarti un talentuoso squilibrato come Monfils, bel braccio su cervello incasinato.
Divagazione di gossip: gli Svitofils hanno fatto un gran risultato “familiare”, i quarti lui la semifinale lei. Confermando intanto (ovviamente via Instagram) che sono ancora una coppia, anche se una certa precarietà la dimostra forse il tatuaggio sul polso di Elina, quella scritta “carpe diem”.
Berrettini nel 2018 aveva stupito arrivando alla seconda settimana di Wimbledon, e lì Federer lo aveva stracciato. Qui ha fatto il suo miglior risultato, ha perso in modo dignitoso contro Nadal, che è un mancino anomalo, tennista costruito poco simpatico ma ancora di altro livello rispetto al nostro Matteo che comunque ha ormai ottime concrete prospettive di carriera.
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Si gioca nello stadio intitolato ad Arthur Ashe. Nel 1968, primo U.S. Championship dell’era in cui i professionisti erano finalmente riammessi ai grandi tornei, tenente dell’esercito si prese un permesso per venire a vincere il torneo. Primo uomo a infrangere la “barriera di colore” in uno sport fino ad allora bianchissimo, non solo nelle divise e nei gesti, tranne l’eccezione tra le ragazze di Althea Gibson, che vinse due volte di fila sessant’anni fa. Senza la seminale Althea, a dominare dal suo metro e ottanta, probabilmente non sarebbero venute le sorelle Williams.
Quell’open di cinquant’anni fa vinto da Arthur Ashe oltretutto sta per sempre in uno dei migliori libri sul tennis, grazie al lungo articolo ‘Livelli di gioco’ del giornalista del New Yorker John McPhee che vivisezionó, punto per punto, emozione per emozione la semifinale giocata proprio da Ashe contro un altro statunitense, Chuck Graebner, riguardando la partita con loro innumerevoli volte, portandoci nella mente dei giocatori e conservando una capacità di racconto che rende ‘Livelli di gioco’ una lettura straordinariamente piacevole (lo si trova nel volume ‘Tennis’ edito da Adelphi nella traduzione di Matteo Codignola).
Ashe poi, purtroppo per lui, diventò insieme a un altro campione dello sport come Magic Johnson simbolo del fatto che l’Aids non era “la peste degli omosessuali” come all’epoca in genere si credeva. E come Magic rese pubblica la malattia, anche se nel suo caso fu forzato a farlo prima che Usa Today, che aveva scoperto la notizia, la diffondesse. Ashe aveva contratto il virus per una trasfusione di sangue infetto dopo un intervento al cuore (il primo infarto lo colpì da atleta trentaseienne, si scoprì per un difetto ereditario) ed è morto non ancora cinquantenne nel 1993.
Nell’ultimo anno fece moltissimo come attivista per la lotta all’Aids, anche intervenendo alle Nazioni Unite, l’ultima dimostrazione di classe e di forza di un campione e di un uomo straordinario.


