Male Ombre [Il Superstite 273]

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Arona Danilo nuova(note su 11 incubi dell’immaginario contemporaneo italiano) – Seconda parte

 

di Danilo Arona

 

Entrando nello specifico di Malombre, una raffinata selezione del miglior fantastico neogotico italiano che porta la firma di un curatore d’eccezione ovvero Nicola Lombardi (Dunwich Edizioni), va ovviamente precisato che non è proponibile una classifica tra i vari racconti. Perché la bellezza di questo prodotto è la solenne diversità tra i diversi interventi nonché l’intelligente adesione di sostanza al programmatico titolo dell’antologia.

Credo di avere già spiegato a sufficienza nella prima parte da dove proviene il termine “malombra” ma credo di dover qui rimarcare, anche a scopo riassuntivo, che la Malombra in letteratura attinge a piene mani dalla psicologia del profondo, dalla psicanalisi e dall’antropologia. La Malombra è sì un fantasma e contemporaneamente uno stato di malessere che, a seconda dei casi, riesce a essere individuale e/o collettivo. Abbiamo quindi tra le mani 11 esempi di funzionale e quasi profeticamente terapeutica “psicoletteratura” che sfugge in parecchi casi alle maglie e alle regole del genere – perché poi alla fine questo deve fare il vero horror, sperimentare e non farsi imbrigliare da sé stesso.

Addentrandomi in ordine alfabetico, la Malombra junghiana del disperante Pezzi diMalombre cover Andrea Biscaro è una già avvenuta catastrofe ecologica in stile Bhopal che ha azzerato la bassa ferrarese dove “il sempiterno mostro chimico” (uno dei troppi che in Italia uccidono per il semplice fatto di essere stati lì costruiti – e Alessandria non fa eccezione…) ha consumato una tragedia con migliaia di decessi nel convenzionale anno datato 2030 con un quadro reale estendibile al nostro presente sotto il quale riverberano tragedie post-industriali come la mai risolta crisi dell’amianto (che miete in silenzio migliaia di vittime) e l’ossessione del posto di lavoro a qualsiasi costo, compreso quello della vita.

Luigi Boccia, da par suo, affonda le mani nel più oscuro folklore italico tra declinazioni streghesche e un sottotraccia ispirativa che forse deve qualcosa a I Wurdalak di Tolstoj: ne L’autunno dei sospiri la Malombra c’è, testuale, e doppiamente pericolosa perché “la donna più bella che (Valerio) avesse mai visto” in grado di trasformare l’innocenza dell’infanzia in una mostruosa bocca famelica destinata ad aprirsi in un inferno di neve di rara suggestione.

Con La sposa rubata di Cristian Borghetti, autore sempre originalissimo, si applica in modo sorprendente la tecnica della soggettiva quasi cinematografica al servizio di una storia di cui è peccato mortale spoilerare, struggente apologo sull’innocenza perduta anzitempo e l’orrore perverso degli Adulti Cattivi.

Un solido veterano quale Pietro Gandolfi con Le tenebre del corpo evoca una creatura, sospesa tra i mondi, che – se non si trattasse di una storpiatura inaccettabile – potremmo definire il “Malombro”, un’assenza di realtà, un buco nella percezione, basterebbe lei da sola a imbastire un piccolo convegno sulla materia oscura che popola il Buio.

Samuel Giorgi, quello de Il Mangiateste (e ho detto tutto…), dietro l’architettura del noir metropolitano racconta della Malombra giacente in ognuno di noi, pronta a riemergere anche a dispetto del Nostro SuperIo, all’apparenza civilizzato e socialmente integrato – un Lato Oscuro che allude parimenti ai troppi, metaforici Mister Hyde che vivono nell’anonimato delle grandi città e al degrado civile di queste ultime.

Con Prigionieri Diego Matteucci si muove con perizia consumata tra gli archetipi di certa tradizione gotica: il detour, la Mad House e il suo malefico Genius Loci, i fantasmi della mente per una inquietudine alla Poe aggiornata al presente.

Fuori dagli schemi in chiave assolutamente positiva, come sempre, è Alessandro Morbidelli: con Tutor siamo nel territorio dei serial killer, dei confini dimensionali e della “sporcizia” metropolitana, ma pure al cospetto di una nuova tipologia di “mostro” sul quale si potrebbe persino auspicare una destinazione seriale.

Daniele Picciuti ci invita a un Matrimonio di sangue quanto mai da evitare, zeppo com’è di antiche presenze druidiche e diabolici risvolti (diabolici proprio nel senso di “una testa con due corna”…), dove ancora una volta le Malombre s’incarnano in streghe moderne e il Male non solo non muore ma trionfa.

La dolce Simonetta “Simonoir” Santamaria ci rammenta con La baita che da un Capodanno in alta montagna si può anche non tornare, soprattutto se la baita scelta per festeggiare è una clamorosa variante di un archetipo longevo quale la Mad House dalle infinite applicazioni: la Malombra di una piccola casa isolata che in linguaggio esoterico chiamasi Homigon, quando l’edificio stesso è un Mostro.

E conclude l’antologia un più che sorprendente Blocco creativo di Chistian Sartirana, sul quale mi è d’obbligo non dire assolutamente nulla di più data l’originalità catartica del suo breve e fulminante racconto, un incubo sospeso tra arte, follia e malattia degno dei migliori deliri di Kathe Koja, il cui Bad Brains è tuttora modello inarrivabile per chiunque voglia cimentarsi con le “degenerazioni” legate all’arte su tela.

Resto io, ma concedetemi di sorvolare perché sarebbe troppo banale ricordare a me stesso l’esistenza di una Malombra personale chiamata Morgan Perdinka…

Al che vorrei concludere riagganciandomi al concetto di “inafferrabile e oscuro malessere” che è il senso più vero e compiuto della vivisezionata parola, ricordando una ricerca a più mani coordinata da Aldo Bonomi e pubblicata nell’agosto 2009 dal mensile Communitas (n° 35, Milano), intitolata La Malaombra – Il perturbante caso dei suicidi in una vallata alpina, in cui le dinamiche suicidiarie in un ambiente percepito come vuoto e indifferente vengono lette anche alla luce di quella psicoletteratura cui più sopra accennavo.
«Parliamo della mala ombra parola presa in prestito da Fogazzaro e dal suo Piccolo mondo antico così simile alla Valtellina», scrive Bonomi.
«Interrogandoci sul perturbante caso come ci invita a fare Thomas Bernhard con il suo Perturbamento (1), la sua gelida scrittura che è un urlo contro i suoi valligiani della vicina e tranquilla e indifferente Innsbruck… Allora per capire occorre forse attingere anche alla psicoletteratura de Il Condominio e di Gioco da bambini di James Graham Ballard. Anima, corpo, mente, tre grandi cicli che si sono dispiegati con forme di potere, sapere, governo, economia, spazio, tempo. Dovremmo, quindi, definire l’oggi il tempo della psicotizzazione, della mente messa al lavoro. Che altro è la new economyse non mettere al lavoro il nostro desiderio, il nostro pensare, comunicare e sentire? Il nostro corpo, la somatocrazia, è spezzata schizofrenicamente in due».

Da tali spaccature interne, tra psiche e soma, emerge la Malaombra che obunubila le menti in una valle alpina rimossa dall’inconscio collettivo. E accanto a James Ballard, quale riferimento analitico per “capire”, innalziamo con orgoglio la “nostra” solida e utile antologia predisposta da Nicola Lombardi.

(1) In Perturbamento un medico condotto della Stiria, accompagnato dal figlio, fa un giro di visite: insieme a loro, dalla prima frase fin oltre l’ultima, siamo presi in un «perturbamento» che avvolge tutto come uno scirocco metafisico. Una vibrazione di malattia e di tristezza emana dalla psiche e dalla natura. La campagna, qui, è il luogo prediletto della brutalità: dal caldo opprimente dei fienili, dove i bambini hanno paura di morire soffocati, al gelo segregato di un castello, a picco su una gola ostile alla luce: ovunque si percepisce un invito alla distruzione, un incoraggiamento all’ansia suicida. Le porte si aprono ogni volta su qualcosa di atroce: la moglie di un oste malmenata a morte, senza ragione, dagli avventori del locale; una vecchia maestra in agonia, con «il sorriso delle donne che si destano dal sonno sapendo di non avere più speranza»; una fila di uccelli esotici strangolati, perché i loro lamenti sono assordanti. In uno stile asciutto, protocollare, Bernhard elenca i relitti del dolore, finché la scansione inflessibile, martellante dei fatti lascia il posto all’immane delirio dell’ultimo infermo: il principe Saurau, raggelato da un eccesso di lucidità, scosso da un continuo frastuono nella testa, abbandonato ormai a una «micidiale tendenza al soliloquio». Nelle sue parole incessanti confluiscono e si dilatano i frammenti dell’orrore che già abbiamo traversato. Ma qui essi vengono scalzati dalla loro fissità e presi in un vortice, il moto perpetuo del «perturbamento». Quale migliore applicazione per la Mala Ombra?