A Tortona c’è una impresa smart, di nome e di fatto, dove il ‘4.0’ è realtà

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di Enrico Sozzetti

 

L’innovazione per favorire l’innovazione. Una impresa smart di nome e di fatto. Meccanica, elettronica e informatica insieme con un solo obiettivo: rendere reale, ogni giorno, l’industria 4.0. Da start up a impresa. E uno scenario che, forse, non poteva essere diverso: il Parco scientifico tecnologico (Pst) di Tortona. Dove la ‘Smart Factory’ (la sede legale è a Monza) è nata come start up grazie a una squadra di ingegneri esperti di produzione industriale e sviluppo software con l’obiettivo di «rendere l’industria 4.0 una realtà e avvicinare le aziende italiane e internazionali agli indiscutibili vantaggi di una smart factory, nella quale la tecnologia diventa un fattore abilitante per una fabbrica interconnessa, intelligente e più performante grazie a una migliore collaborazione uomo-macchina». La ‘Smart Factory’ sviluppa macchine di automazione flessibile per l’assemblaggio di ultima generazione e i protagonisti sono Andrea Pozzi (cofondatore, ingegnere delle telecomunicazioni e imprenditore nel software), Carlo Tagliabue (ingegnere meccanico con esperienze alla Boston University e in uno spin-off della Bill & Melinda Gates Foundation) e Lucia Tagliabue (esperienza in Bocconi e poi nella consulenza strategica).

Il concetto di fondo è che oggi chi vuole essere davvero competitivo deve dimenticarsi dell’industria manifatturiera standardizzata e di massa, come osservano i fondatori della start up, e dotarsi di macchinari in grado di adeguarsi velocemente, assicurando la qualità più alta possibile, alle richieste del mercato. «Prendiamo il mondo del packaging che deve cambiare velocemente il prodotto, fidelizzando da un lato il cliente, ma offrendo dall’altro sempre qualcosa di nuovo. Chi produce deve essere in grado di modificare la produzione con la massima rapidità se vuole stare sul mercato, anzi, se vuole crescere la penetrazione sul mercato. Ecco perché i sistemi vanno innovati per poter realizzare prodotti su misura, rispettando i gusti dei clienti e le esigenze del consumo. Senza dimenticare che queste esigenze significano dover produrre piccoli lotti, in modo facile e rapido, a costi ridotti. Per chi produce packaging è fondamentale innovare, trovando il punto di mediazione fra diverse esigenze» sottolinea Lucia Tagliabue.

La risposta della ‘Smart Factory’ è nel sistema che hanno ideato, progettato e realizzato. «I sistemi modulari sono controllati da un software proprietario che consente il riconoscimento automatico dei moduli e l’installazione plug&play, sono poi riprogrammabili velocemente e senza costi di intervento per essere adattati alla produzione di componenti anche molto diverse tra loro. Le altre caratteristiche sono poi quelle di essere efficienti e silenziosi, grazie alla quasi totale inibizione dell’aria compressa, oltre che interconnessi e con gestione cloud e interamente big-data enabled» spiegano in azienda. Le soluzioni hanno nomi precisi: Flexim, soluzione progettata a moduli, interamente riprogrammabile e concepita per evolvere nel tempo in linea con le esigenze di business, e Flexifeed che elimina le barriere fisiche tipiche dei sistemi di alimentazione ed è una soluzione innovativa, interconnessa e altamente performante per gestire con flessibilità le stazioni di carico e scarico.

Rispetto ai mercati di sbocco (le origini dell’azienda sono quelle dei tappi e delle chiusure) si sta aprendo quello del packaging nel settore del alimentare. «All’inizio – racconta sempre Lucia Tagliabue – non era nei piani di sviluppo, ma sta funzionando bene, evidentemente grazie alla caratteristica di trasversalità che contraddistingue le nostre soluzioni in grado di svolgere funzioni tradizionali e innovative». Dal packaging per il food a quello dei settori medicale e cosmetico, le porte di ‘Smart Factory’ sono sempre aperte alle novità, come quella segnata dalla divisone robotica. Novità che si declinano anche su un altro fronte, quello occupazionale. Oggi i dipendenti dell’azienda sono sette, i progetti per il 2019 stanno aumentando di numero fra sviluppi nel settore dell’automazione e degli impianti progettati ad hoc per le esigenze dei clienti. L’innovazione e la tecnologia, i margini di crescita e la potenziale conquista di nuovi mercati si scontra però con fenomeni alquanto in contraddizione con il processo di crescita. Il primo è sempre denunciato dalle organizzazioni di categoria, in particolare quella di Confindustria: la difficoltà a trovare personale specializzato. Nel caso della ‘Smart Factory’ emerge un quadro decisamente inusuale e riguarda profili come l’ingegnere meccanico, il programmatore di software, addetti all’officina meccanica con competenze elettriche. Inusuale perché non riescono ad assumere: «Si presentano giovani preparati e magari con spiccate qualità del genere che cerchiamo, però poi quando si tratta di concludere ci viene risposto che non interessa questo posto e che si preferisce una occupazione meno qualificata, ma con vincoli inferiori in termini di impegno”.

C’è poi il fenomeno della “diffidenza” della grande industria nei confronti della piccola impresa, magari una start up, che ha sviluppato un business che piace, ma rispetto al quale si registra una forte difficoltà a investire, anche quando le risposte di ‘Smart Factory’ sono quelle che i potenziali clienti stanno cercando. È un fenomeno molto italiano, ma non per questo meno grave. Soprattutto quando fra i servizi che l’azienda tortonese può assicurare ci sono quelli relativi alla gestione dei big data che possono «aiutare e fare la differenza rispetto alla manutenzione predittiva, al controllo di qualità puntuale e all’ottimizzazione dell’efficienza produttiva». E senza dimenticare la possibilità di monitorare attraverso il cloud tutte le operazioni di lavorazione e ottenere controlli precisi.