La giostra per ora continua a girare, ma il seggiolino traballa e le corde sono fruste

Di che giostra si tratta?,  si chiederà qualcuno.

Ma è la giostra sulla quale molti di noi sono seduti, compreso il sottoscritto, quella della Previdenza Sociale!  Quella che continua a dare linfa vitale al sistema delle pensioni e solo Dio sa fino a quando le famiglie potranno avvalersi dell’ammortizzatore sociale del reddito dei nonni a sostegno del tenore di vita dei nipoti! La giostra però rischia di ribaltarsi o forse girare impazzita al contrario,  a danno dei nipoti.

Quella che un tempo era la cassaforte dei lavoratori del settore privato, che dal dopoguerra in avanti ha rappresentato la più grande conquista della categoria dei lavoratori, insieme alla quasi completa gratuità dell’assistenza sanitaria pubblica, sta per andare in malora.

Ricordo che molti vecchi dell’epoca di mio nonno, che masticavano talvolta poco correttamente la lingua italiana, perché utilizzavano ancora nella vita di ogni giorno il loro dialetto, chiamavano l’INPS Provvidenza Sociale in luogo di Previdenza. Tutto sommato però l’errore era per loro del tutto giustificabile perché in effetti non si era trattato di previdenza, dal momento che nella loro vita non avevano versato nulla o quasi nulla sotto forma di contributi sociali obbligatori, per cui quel poco che ricevevano era una vera provvidenza piovuta dal cielo.

Il sistema pensionistico ha sempre funzionato in maniera tale che i versamenti di quelli che lavoravano in quel momento servivano più che altro per pagare le pensioni di quelli che erano venuti al mondo prima e solo in misura minore per l’accantonamento vero e proprio per le pensioni future di chi avrebbe dovuto andare dopo, al termine della vita lavorativa.

Parafrasando il modo di dire dei contadini nel dialetto dei nostri vecchi, a-ium-ma semper mangià ei bucén ånt-la pånsa ‘d la vaca, confidando nel fatto che ci sarebbero sempre state delle vacche gravide più o meno disponibili.

Il fatto è che sul fattore previdenza sociale si fanno tanti discorsi, ma molti sono fandonie di gente ignorante se non addirittura balle messe lì apposta per favorire la propaganda politica. Dalla parte sinistra del mondo politico si continua a fare finta di ignorare l’origine dei nodi che sono venuti al pettine negli ultimi dieci anni, grazie soprattutto agli errori del mondo sindacale, e si avalla la tesi che le correzioni apportate dalla legge Fornero non dovevano essere fatte in quel modo così frettoloso e ingiusto, tacendo il pericolo reale della crisi mortale dell’intero edificio previdenziale.

Dal lato destro del mondo politico si utilizza la crisi del sistema per fini puramente elettorali, attizzando l’odio sociale promettendo tagli di qua e tagli di là a casaccio che forse potrebbero pure avere un qualche fondamento giuridico, ma praticamente un modestissimo risultato pratico se si vuole veramente finanziare un aiuto a favore dei senza reddito di sussistenza. I più a destra di tutti non sanno fare di meglio che provare a rispolverare le falsità storiche su chi ha avuto il merito in Italia di fondare la Previdenza sociale., tanto per risvegliare mai sopiti sentimenti nostalgici fra il popolo che tribola.

Infatti molti italiani, se non si limitassero a leggere la propaganda che imperversa sui messaggini, potrebbero rendersi conto che non è stato il Duce a inventare la Cassa di Previdenza per la vecchiaia degli operai, ma la storia è ben altra e può essere consultata direttamente sul sito dell’INPS o sul Sole 24 Ore.

Mi limito copiare  dal  sito INPS:

“Nato oltre cento anni fa allo scopo di garantire i lavoratori dai rischi di invalidità, vecchiaia e morte, l’Istituto ha assunto nel tempo un ruolo di crescente importanza, fino a diventare il pilastro del sistema nazionale del welfare.

Nel 1898 la previdenza sociale muove i primi passi con la fondazione della Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Si tratta di un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori.

Nel 1919, dopo circa un ventennio di attività, l’assicurazione per l’invalidità e la vecchiaia diventa obbligatoria e interessa 12 milioni di lavoratori. È il primo passo verso un sistema che intende proteggere il lavoratore da tutti gli eventi che possono intaccare il reddito individuale e familiare.”

E’ quasi inutile ricordare che le date suddette sono di molto anteriori alla presa di potere da parte del Duce, avvenuta alla fine dell’anno 1922.

E’ anche vero che il capo del fascismo, ricordandosi di essere stato un vecchio leader socialista, aveva sempre mantenuto una certa sensibilità verso le classi subalterne ed aveva fatto poi del problema della previdenza né più né meno quello di buono che avrebbero fatto anche i dirigenti delle più avanzate democrazie occidentali, come Francia ed Inghilterra.  Sempre dal sito INPS si legge:

“Nel 1933 la Cassa Nazionale di Previdenza assume la denominazione di Istituto    Nazionale Fascista della Previdenza Sociale, ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e gestione autonoma che, dal 1943, diviene definitivamente Istituto Nazionale della Previdenza Sociale. INPS”

Altre significative riforme contro la disoccupazione e le malattie furono adottate nel 1939 appena prima dello scoppio della guerra mondiale, ma per colpa della guerra (da noi italiani fortemente voluta bisogna sempre ricordarcelo, dato che siamo stati noi a dichiarare guerra a mezzo mondo e non il contrario) il patrimonio dell’Istituto di Previdenza andò in fumo, ne più ne meno come tutti i risparmi degli italiani, per cui nel 1946 ci trovammo tutti in brache di tela, senza soldi e poco e malpagato lavoro. Ricordo la figura del guardiano della Fornace Bolloli di Castelceriolo, un vecchio di oltre 80 anni che era obbligato ancora a lavorare per poter campare appena. Si chiamava Pietro Massera e sua moglie Caterina era per me come una terza nonna. Certe cose non si dimenticano più per tutta la vita e le balle che sento a proposito dei bei tempi passati e della pensione fascista non mi fanno per niente l’effetto che fa in coloro che volutamente o per ignoranza cambiano la verità storica..

Piuttosto vorrei ricordare ancora qualcosa, sempre a vantaggio degli smemorati di turno, a proposito di ciò che venne poi fatto a danno del bilancio dell’INPS negli anni più recenti:

Sempre dal sito INPS leggo: “Dal 31 maggio 2010, l’IPOST (Istituto Postelegrafonici) viene soppresso e tutte le sue funzioni vengono trasferite all’INPS.” Guarda caso dalla stessa data molti postelegrafonici possono andare in pensione  non con i 35 anni di contributi, ma solo 20 anni o anche meno. Poi leggo ancora: “Nel 2011 vengono soppressi INPDAP (Istituto Nazionale di Previdenza per i Dipendenti dell’Amministrazione Pubblica) ed ENPALS (Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo) e viene disposto, al 31 marzo 2012, il trasferimento all’INPS di tutte le competenze dei due enti al fine di rendere più efficiente ed efficace il servizio pubblico, assicurando così ai cittadini un unico soggetto interlocutore per i servizi di assistenza e previdenza”.

Per quanto ne capisco, queste sono parole che dovevano fare lo stesso effetto della vaselina. Come rendere più efficiente ed efficace un sistema come quello dei dipendenti pubblici, dove c’erano amministrazioni che non avevano mai versato soldi veri ma solo contributi figurativi e dove si mandavano in pensione lavoratori con soli 15 o 20 anni di lavoro, senza contare poi gli anni di anzianità regalati, a chi 5, 6, fino a 7 anni al tempo degli esodi del personale ferroviario ? Totò avrebbe detto: “ma, mi faccia il piacere!”

Continuo a leggere, adesso dallo scritto di un giornalista del Sole 24 Ore:

Oltre al debito commerciale, cioè ai soldi che le amministrazioni pubbliche devono alle imprese, c’è un altro debito che non emerge nei conti pubblici. Sono circa 23 miliardi di buco previdenziale della gestione degli ex lavoratori pubblici, anche questo un rosso di Stato a tutti gli effetti, magicamente scomparso dallo stock del debito pubblico ufficiale nel 2007, grazie ad una finanziaria del governo che ora mette in pericolo la previdenza (compresa quella privata) perché grava sui conti dell’Inps.”

Allora, come dobbiamo girarla la giostra? Da che parte, secondo voi: a destra o a sinistra?

L’istituto di previdenza degli statali ha portato in dote a quello dei privati un passivo patrimoniale di 23,7 miliardi di euro. Se non ricordo male, nel Consiglio di Amministrazione dell’INPS sedevano oltre a politici di vario colore anche emeriti sindacalisti. Perché coloro che rappresentavano gli operai e gli impiegati del settore privato non si sono alzati a chiedere: fateci prima vedere dove sono depositati i soldi dei contributi degli statali. Quelli dei privati venivano versati trimestralmente alla Posta o in Banca, ma quegli altri dove sono? Niente, ma adesso che l’acqua si alza e minaccia di fare affondare la barca, si preferisce ignorare quello che è stato e ci si lancia in invettive populiste senza senso e senza ragione, solo per raccattare miseri voti di misera gente.

Il bilancio dell’INPS si suddivide in 10 gestioni separate:

Quella dei cosiddetti “Parasubordinati”, poi quella di coloro che offrono “Prestazioni Temporanee”, poi quella dei “Lavoratori dipendenti”, quelli ex ENPALS, quelli ex Poste, i Commercianti, gli Artigiani, i Coltivatori Diretti, un altro gruppo chiamato Gestioni varie ed infine gli ex INPDAP cioè gli statali.

Come sono piazzati i bilanci separati di tali Gestioni? Pare che gli unici attivi siano quelli dei “Lavoratori dipendenti”, dei “Parasubordinati” e “Prestazioni temporanee”, alcuni sono vicini al pareggio, ma quelli che hanno il buco di bilancio più grosso indovinate quali sono? Gli “Statali” con circa 10,5 milioni annui di deficit, i Coltivatori Diretti con poco più di 3 milioni e gli Artigiani e autonomi con anche loro una quota significativa di debito. Ma anche le casse di previdenza di molti professionisti sono in rosso, a cominciare da quella dei geometri. Allora: chi è senza peccato, scagli la prima pietra!  Ma mi pare che proprio quelli che gridano più forte dovrebbero tacere. Ci vuol altro che qualche sforbiciata ai vitalizi, cara la mia gente!

E se poi quelli che pagano i contributi, magari pochi ma in contanti e rigati di sangue come i Co-Co-co, gli stagionali o gli immigrati bianchi, gialli e neri,  si renderanno conto che di fatto non matureranno mai più il diritto alla pensione, sarà guerra totale fra poveri. E gli evasori graziati rideranno ancora una volta di più. Loro dei contributi e delle tasse se ne sono sempre fatti un baffo. Intanto nel frattempo avremo fatto la “Marcia su Bruxelles” impugnando lo “Scacciamoscovici” e rompendo i bottiglioni di “champagne” e di “cognac” tanto cari a  quella faccia tosta di Jean-Claude Juncker. Noi tireremo diritto!

 

Luigi Timo – Castelceriolo