La scomparsa definitiva del “canale del Tota”

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Non so se ve ne siete accorti, ma passando da Cascinali Foco a contrada Villanova, mi sono trovato di fronte ad una nuova prospettiva visiva: – a destra, dove prima c’era una lunga fila di gaggie che affiancavano quello che una volta era il tratto mediano del Canale, che poi sfociava sul fianco della Cappelletta della Guardia per gettarsi nel fosso chiamato “Foss d’la Majenna” che a sua volta doveva portare le acque piovane fino alla grande roggia del “Baraccone”, adesso c’è un bello slargo senza più piante, un solo campo arato che permette una visuale aperta fino alla strada dell’Olliana e oltre.

Dicono che i fossi e le rogge non servono più e che bisogna accontentarsi di vedere l’acqua aspettare il proprio turno per imboccare uno scarico fognario di pochi decimetri di diametro, peraltro semi-interrato, deputato a ricevere lo scarico di una campagna di centinaia di ettari di terreno agricolo. Confesso che non capisco i vantaggi di tale modo di operare, ma mi adeguo, non essendo né geometra né un ingegnere idraulico. Tanto sia il Comune che la Provincia se ne fottono, non soltanto da oggi ma da decenni.

Quello che mi rattrista però è il ricordo di un’epoca della mia gioventù, quando il vice parroco del tempo don Giovanni Ginevri, che sotto l’apparente aria intellettuale era pure un buontempone, con l’aiuto degli ultimi volontari della compagnia teatrale parrocchiale degli anni Cinquanta, erede delle mitica Juvenilia, aveva allestito una commedia in dialetto che voleva fare una divertente parodia della battaglia di Marengo.

Era stato un successo strepitoso, con alcune repliche successive che avevano appassionato i castelceriolesi di allora, che il dialetto lo conoscevano bene e lo praticavano ancora.

Ricordo ancora oggi, a distanza di quasi sessant’anni, una scenetta, nella quale irrompeva sul palco un personaggio vestito da contadino, uno che allora era di Cascinali, soprannominato Cinèn, il tuttora vivente Franco Mandrino diventato sangiulianino, che con aria affannata e con gli occhi pieni di terrore aveva gridato l’allarme ai presenti alla scena per l’arrivo dei francesi in paese: “aiut, aiut, u jè rivà i fransais!”. Un altro personaggio gli aveva chiesto: “ma ‘n dô chi sòn rivai?” E Franco, con voce concitata: “i sòn sbercai mes’ura fa ånt’ei canal du Tota!”.

Non vi dico la reazione del pubblico in sala! C’era gente piegata in due dalle risate.

Basta, è finita, non potremmo mai più ripetere la scena della commedia, anche se fossimo fortunati nel ritrovarne il testo scritto magari fra i documenti nascosti in parrocchia o nell’archivio di don Luigi Riccardi, che mi dicono prossimo ad essere trasferito in canonica.

Ognuno si tenga i suoi ricordi e, come diceva mia nonna: e- sciautt, per ch’la vaga pés….

Luigi Timo – Castelceriolo