Nebbie d’agosto – 2a parte [ALlibri]

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a cura di Angelo Marenzana

 

 

 

Seconda parte

 

Quirico era stato l’unico viaggiatore a scendere in città, quel 22 ottobre del trentotto. Da solo, con la piccola valigia in mano e quelle scarpe leggere che a Firenze si portavano ancora per tutto un altro mese. E in tasca la lettera di trasferimento, per ricoprire una carica più alta.

Sceso in stazione aveva trovato la neve. Aveva visto cadere i primi fiocchi appena superato il lago. Era tanta, depositata a terra come un mantello candido che toglieva peso e dimensione reale alle cose. In alto il cielo color del ghiaccio, compatto senza alcuna sfumatura. Lo stridore sui binari aveva coperto per qualche istante il lamento delle pale che il personale della ferrovia usava per liberare il marciapiede dal pesante strato di neve fresca. Quirico si era soffermato a guardare quella scheggia di umanità che lavorava, con il treno alle sue spalle sempre più lontano, ormai trasformato in un puntino ondeggiante. E si portava con sè l’eco di quel rumore metallico e dei ricordi di dodici anni passati a Firenze. Un impalpabile senso di vuoto avvolgeva i ritmi degli spalatori resi più lenti da quel soffice manto scivoloso. Il commissario aveva posato la valigia a terra, e in cuor suo sperava solo che qualcuno lo andasse a prendere in stazione.

Nell’aria c’era odore di neve. Odore di freddo, ma soprattutto odore di pulito. Quirico era appannato per il torpore che lo aveva colto all’improvviso nello scompartimento quando ancora era in viaggio. Avevo dormito male. Un sonno durato soltanto una manciata di minuti, di quelli che arrivano per stanchezza, per noia e nel silenzio della solitudine.

Gli erano però bastati quei pochi attimi all’aperto per riprendersi. La colonnina di mercurio di un termometro pubblicitario appeso al muro, di quelli con l’immagine della confezione di un farmaco contro il mal di gola, segnava tre gradi sotto zero. Ma sulla pelle Quirico non provava il morso del freddo. Ne coglieva però l’odore in tutta la sua prepotenza, come una lama che gli graffiava le narici. Un leggero e finissimo pulviscolo gelato gli faceva socchiudere gli occhi, mentre il sapore di pulito e quell’inattesa quiete ovattata si erano impadronite di lui attraverso il respiro, pacato come non gli succedeva da tempo. Filtrava l’aria e l’odore dell’atmosfera lattiginosa ancora carica di neve. Il fresco invadeva i polmoni caricandolo di nuova energia, di calore e voglia di fumare. Ma si era ripromesso di non farlo. Si era guardato attorno prima di farsi strada verso l’uscita della stazione e solo allora aveva provato la sensazione di bagnato ai piedi.

Unica compagna era la prima luce crepuscolare che si spezzava contro la corona di montagne.

Di fronte a lui si era spalancata la piazza. Grande, deserta, biglietto da vista di una città sconosciuta.

Comunque affascinante.

 

“Che novità ci sono, Caviglia.” Chiese il commissario appena salirono sulla Balilla di servizio posteggiata sotto. Quirico non gradiva che si parlasse del suo lavoro in casa. Però quando Caviglia passava da lui al mattino presto voleva dire che doveva essere successo qualcosa di importante.

“Un attentato commissario. Un attentato al tenente.”

E raccontò di notizie giunte dal comando tedesco secondo le quali nella tarda sera qualcuno aveva sparato al tenente Schroth, il comandante della guarnigione in città, ferendolo ad un braccio.

“E’ grave?” chiese il commissario con l’aria di chi non ascolta. Aveva l’espressione di uno che si limita ad intuire le parole del suo collaboratore, più che a comprendere perfettamente le cose dette. Corrugava la pelle del viso e la fronte in una smorfia tra lo stupito e il senso di fastidio. La colpa era solo della vettura, diceva lui agli amici, aveva la capacità di spaccargli la schiena. Non si era ancora abituato in tutti quegli anni di servizio a viaggiare in quella scatola metallica, e gli sembrava di rimbalzarci dentro come una palla di gomma.

“No, non sembra grave. – lo rassicurò Caviglia – ma può venir fuori un altro problema.”

“Cioè?”

“L’attentato è avvenuto verso le nove di ieri sera, come dice anche il rapporto fatto dai tedeschi. A mezzanotte è arrivato un militare con una richiesta firmata dal tenente per avere una lista delle persone rinchiuse in carcere.”

“E questo secondo te non è un buon presagio.”

“No, commissario.”

“Neanche secondo me.”

 

Padre Lorenzo era ai piedi della scala che portava al piani superiori del commissariato. Era alto, ancora più imponente dentro la  tunica nera impolverata che strascicava a terra. Quando vide arrivare il commissario si avvicinò e gli strinse la mano.

“Avete già saputo, commissario”

“Si. Ma devo ancora vedere i verbali.”

Salirono insieme, in silenzio. Quirico aprì la porta del suo ufficio e fece entrare il prete.

“Accomodatevi prego, io arrivo subito.”

Il prete rimase da solo un quarto d’ora, mentre Quirico si attardava a discutere con alcuni poliziotti.

 

Don Lorenzo incominciò subito a parlare al rientro del commissario, dandogli solo il tempo di posare sulla scrivania i fascicoli e le cartelline che teneva in mano.

“Ha solo diciassette anni, e non è neanche un ragazzo pericoloso.”

Padre Lorenzo preferì restare di spalle, a guardare fuori dalla finestra, verso il piazzale deserto della stazione. Guardando dall’alto del secondo piano, la piazza gli sembrava ancora più maestosa e i palazzi di inizio secolo che la sovrastavano ancora più affascinanti nelle loro geometrie architettoniche.

“Lo so anch’io, padre.” Il volto del commissario era teso e il collo rigido sembrava scoppiare sotto la camicia.

“E gli altri due?”

“Anche loro. Erano tutti e tre senza permesso di lavoro. – replicò il commissario con voce ruvida – o almeno non l’avevano in tasca nel momento in cui i soldati tedeschi li hanno fermati per il controllo.”

Il prete si girò. La sua bocca era fredda e gli occhi naufragavano in una espressione sdegnosa. Aveva il colletto bianco slacciato per il caldo e l’agitazione. Si avvicinò al commissario. Appoggiò le mani grandi come spatole alla scrivania.

“Non mi sembra un reato grave.”

“E invece lo è! – sbottò Quirico fissando padre Lorenzo negli occhi. Poi si slacciò la cravatta, quasi a lasciar fluire meglio il sangue al cervello. Anche la sua voce sembrò riprendere vita – Eccome se è grave, oggi come oggi, andare in giro senza documenti e senza permesso di lavoro. Capisco che voi vivete nel mondo dello spirito lassù nell’alto dei cieli, ma per cortesia, non cadete dalle nuvole.”

Lo sdegno lasciò spazio alla tristezza. Il prete parve rabbonirsi.

“Qui siamo sulla terra – continuò il questurino con voce più pacata, anche se dal suo tono naturale era sempre difficile capire se fosse arrabbiato o meno – e voi sapete meglio di me che senza documenti in mano, oggi, si finisce stipati in una tradotta. E poi via, direttamente in Germania.”

Lo sapeva anche lui, don Lorenzo, quale fosse la situazione. Lo sapeva fin troppo bene e non rispose. Appallottolò il fazzoletto tra le mani facendo un cenno affermativo con la testa.

“Per di più il vostro amico si è messo a scappare come un ladro qualsiasi e si è pure fatto stanare dentro un cortile.” continuò il commissario.

“E’ un bravo ragazzo. E’ tutta brava gente, gente che conosco da tempo. Hanno sempre lavorato onestamente.”

“Anche le altre due sono persone per bene.”

“Non ne faccio una questione d’amicizia personale, certo che il mio discorso vale per tutti e tre.” Sbatté la mano sul brogliaccio di servizio macchiato di inchiostro nero.

Il prete si spostò nuovamente verso la finestra. La spalancò cercando aria fresca. Un refolo di corrente fece sibilare i bordi dei fascicoli appoggiati qui e là per tutto l’ufficio.

“Spiegatemi perché li avete arrestati.”

“Meglio in carcere che in mano alla Brigata Nera. Proprio perché non erano accusati di un reato grave. Qualche accertamento e poi se ne tornavano liberi. Un paio di giorni di cella e nient’altro. Ci siamo sempre comportati così dopo i rastrellamenti. E’ una regola concordata con il comando tedesco, quando sui fermati non pesano sospetti di particolare gravità. Siamo in una zona di frontiera e anche loro vogliono avere la situazione sotto controllo.”

“E adesso rischiano la fucilazione.”

“Non è colpa mia se ieri sera i partigiani si sono messi in testa di fare la festa al tenente.”

Da quello che risultava sul verbale redatto dal comando tedesco, un gruppo di persone aveva sparato contro il tenente mentre passava a bordo di un camion militare sul ponte che attraversa la cava. Era verso sera e si presumeva che all’attentato avessero partecipato tre o quattro persone. Avevano tirato un paio di fucilate per poi fuggire senza fare vittime. I soldati tedeschi avevano preferito fare quadrato attorno al loro ufficiale rinunciando ad una caccia all’uomo in mezzo ai boschi, con il rischio che potesse trattarsi di un’imboscata preparata ad arte.

“E i partigiani lo sanno che i tedeschi la fanno pagare ai primi che gli capitano per le mani. – Si alzò con un guizzo di energia ritrovata e puntò il dito contro il prete. – E non è neanche colpa mia se adesso il tenente vuole fucilare tre persone a caso e ha scelto gli ultimi disgraziati che sono finiti in carcere.”

Sollevò una busta marrone, spessa, senza timbri nè francobolli, recapitata a mano un paio d’ore prima. Sopra la busta un foglio aperto con la firma del comandante dell’alto comando tedesco di stanza nella regione, il tenente Nicolas Maria Schroth. Risaltavano in scrittura a stampatello solo tre nomi incolonnati. Agitò busta e contenuto a mezz’aria.

“Leone Morandini, nato a Parma il 15 giugno 1921, Primo Rolandi, nato a Villadossola il 2 novembre 1916, e per ultimo il suo amico, Nando Battistini, nato a Novara il 23 aprile 1927, eccetera, eccetera. Come vedete padre li conosco già a memoria. Anche se mi hanno informato di tutto meno di un’ora fà.”

“Questa è solo rappresaglia, commissario. Si uccidono vite umane, vite giovani e innocenti, per aprire la porta ad una morte inutile.”

“Chiamatela come volete. Siamo in guerra.”

“In questa guerra vince solo il dolore.”

“Sono d’accordo con voi, padre, ma i tedeschi stanno a casa nostra. E noi obbediamo, anche se non ci piace.”

Sentì un brivido corrergli lungo la schiena, don Lorenzo. Il freddo gli salì in bocca e poi scese nello stomaco lasciandogli quella sensazione indefinita di opaco.

Gli sembrò di rivedere il volto della madre di Nando. Ma soprattutto risentì il suo dolore. Quando si era presentato a darle la notizia dell’arresto del figlio, la donna era caduta nella disperazione. Se ne stava piegata in due, per la fatica di vivere, per il lavoro in montagna e per aver tirato su otto figli. In più aveva già perso il marito e doveva continuare a tirare avanti senza potersi fermare a cercare un po’ di serenità. La rivide con quel fazzoletto che le copriva il volto spigoloso e magro, con la gonna nera che cadeva molle a terra, impolverata e con le grandi tasche rigonfie. Sentì ancora le sue urla. La donna urlava senza smettere, e quelle grida erano penetrate nelle orecchie del prete per finire più giù, direttamente nel cuore, a lacerare i suoi sentimenti più profondi.

Don Lorenzo confidò al commissario questo suo ricordo.

“Non ne dubito, padre, anch’io ho dei figli e so cosa si potrebbe provare in certi momenti.”

“Commissario vorrei che almeno voi faceste un tentativo, che provaste a far ragionare il tenente, a fargli cambiare idea. Altrimenti ci proverò io, appellandomi alla parola del Signore.”

“Lo avevo già pensato, e ho dato disposizioni per avere un appuntamento con lui in mattinata. Chissà, potrebbe essere utile.”

 

(continua)