Il 90 e il 7 su Torino [Lettera 32]

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di Beppe Giuliano

 

Insomma, mi tocca parlare bene, quasi fare i complimenti alla squadra di calcio che meno mi piace al mondo (pensa te!).

Mentre scrivo, l’acquisto del calciatore più forte al mondo non è ancora stato annunciato ufficialmente, ma ci siamo molto vicini direi.

Lo dico subito, giudicavo Cristiano Ronaldo più forte di Messi prima che cambiasse squadra, non cambio idea oggi. Il portoghese sconta una scarsa empatia in parte legata all’aggressività del marketing moderno (le foto in mutande, i muscoli oliati), cui si è ovviamente prestato e che per parecchio ha surclassato nell’immaginario la sua serietà e le sue doti. Però, parlando di fùtbol, è senza dubbio uno dei calciatori più decisivi di sempre.

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Tuttavia, per tornare alla squadra di cui dicevo, in questa settimana è pure giusto celebrare un altro fuoriclasse che pochi giorni orsono ha compiuto 90 anni. Meglio di tutti lo descrisse Gianni Brera: “Boniperti è uno degli ultimi borghesi venuti al calcio, suo padre è agricoltore proprietario. Essendo stato a suo tempo podestà, il nuovo corso politico lo spaventa: e per tenersi buoni i compaesani raccomanda ai figlioli Gino e Gian Piero di prestarsi al tifo locale accettando la maglia del Barengo. Gino fa medicina e gioca sull’ala per tenersi più vicino alle ragazze (!). Gian Piero è il centravanti. Pare che sia migliore Gino ma, universitario, non pensa neppure lontanamente di fare carriera pedatoria. Gian Piero invece frequenta agrimensura a Novara e non ha neppure gran voglia. Il medico condotto di Barengo lo segnala alla Juventus quando Gian Piero è già emigrato nel Momo: non costa più di 25.000 lire.”

Storie d’altri tempi, come la motivazione del ritiro a inizio anni sessanta: “Si dice abbia fatto (alla Madonna?) solenne voto di smettere il calcio per avere finalmente un figlio.”

A proposito di stranieri, indubbiamente ai successi della squadra nella seconda metà degli anni cinquanta contribuirono gli arrivi del gigante gallese John Charles e del “cabezon” Omar Sivori.

Un trio determinante anche se Boniperti spesso faticava a conviverci (il maggiore difetto calcistico che gli rinfacciavano era infatti di essere “primadonna”), soprattutto perché con l’avanzare degli anni questo volle dire rinunciare ad essere goleador e invece mandare in porta gli altri due.

Un grandissimo campione comunque, di cui conservo un piccolo ricordo personale che mi permette di aggiungere: una persona di classe ed eleganza non comuni, straordinari nel mondo del calcio. Dunque, auguri per i 90 anni, Gian Piero Boniperti.

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Sempre Brera racconta di quando il club torinese andò a un passo da un’operazione di mercato che sarebbe stata il CR7 dell’epoca: “basterebbero quarantacinque milioni alla Juventus – scrive in Storia critica del calcio italiano – per assicurarsi il miglior centravanti del mondo in assoluto, quell’Alfredo Di Stefano, del River Plate, che alla lunga si stanca di trattative troppo micragnose e squaglia in Colombia, dove farà parte dei Milionarios di Bogotà.” La Saeta Rubia finisce così a compiere in qualche modo la strada inversa, e conquista una paccata di Coppe dei Campioni con la divisa tutta bianca del Madrid.

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In tempi recenti non c’è paragone con un colpo di mercato del genere, per i bianconeri, neanche con l’acquisto di Ibra che avvenne quando proprio i suoi dirigenti avevano abbattuto la credibilità sportiva della serie A a livello del wrestling.

Lo stesso Zinedine Zidane arrivò a Torino già famoso ma non al top. Infatti dovette difenderlo l’Avvocato in persona, al momento dell’acquisto, mentre falliva gli Europei del ‘96. Intervistato da Roberto Beccantini dichiarò: “(Platini) Mi ha detto di fidarsi. Il vero Zidane è un altro, non quel coso lì, anonimo, impresentabile, persino imbarazzante.” Ecco, Platini sì, “le roi” fu colpo (quasi) paragonabile a quello che sta per concretizzarsi.

Altrimenti dobbiamo scavare nella memoria e negli archivi per trovare altre operazioni di mercato così eclatanti, peraltro in condizioni del tutto diverse, quando i sudamericani, molti proprio di origini italiane, da noi venivano per poter guadagnare (e vivere) molto bene.

Nei primi anni trenta arrivarono infatti a Torino, sponda bianconera, e furono decisivi per il record di cinque scudetti consecutivi il violinista Mumo Orsi e lo spaccaossa Luisito Monti, presto naturalizzati e infatti anche Campioni del Mondo con l’Italia nel 1934. Monti come raccontato la scorsa settimana al trofeo di campione del mondo c’era già andato vicino quattro anni prima con l’albiceleste.

Orsi, scriveva Brera: “Viveva a Torino come un duca, rispettato da tutti per i suoi quarti di squisita nobiltà. Percepiva ottomila lire mensili quando una maestra elementare di ruolo a Milano, non a Brisighella, non toccava le cinquecento. Inoltre, aveva a propria disposizione un’auto con chauffeur, ottenuti per contratto dalla Fiat. Suonava il violino senza incantare…”. Quando capì che essere italiano voleva dire pure rischiare il servizio militare, e si stava avvicinando l’avventura dell’Eritrea, siccome “non era un eroe”, “non appena si complicarono le cose sul piano politico internazionale prese il largo da Torino… Temeva, disse, una “comocion politica” e salire su un piroscafo per riattraversare l’Oceano gli sembrò la soluzione migliore.

E forse più forte ancora era il terzo naturalizzato, Renato Cesarini, quello che oggi ricordiamo per i gol allo scadere. Lui pure oriundo e quindi convocabile ma raramente utilizzato da Pozzo che detestava il suo modo di vivere: “si diceva che camminasse per la città con una scimmia sulla spalla, che avesse una valigia speciale per le sue cravatte e dormisse solo in lenzuola di seta, che avesse imparato l’italiano dalle prostitute e che fumasse un numero spropositato di sigarette. In seguito aprì un improbabile tango-bar a Torino dotato di due orchestre.”

Difficile che in futuro si possano raccontare storie altrettanto affascinanti su Cristiano Ronaldo. Si parlerà invece molto, mi sa, di quel che farà nel rettangolo verde.

 


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