L’appuntamento domenicale con ALlibri è con il racconto La Bestia, un omaggio a Enzo Caniatti storico direttore di Gente Motori e Tuttomoto. Enzo Caniatti era anche un esperto di veicoli militari e di storia della Seconda Guerra Mondiale. Nel corso della sua attività di narratore, Caniatti aveva dedicato alcuni thriller e fantathriller ai misteri del nazismo, tra cui L’ultimo segreto di Hitler e L’ultima notte. Suo, un saggio sulla storia della legione italiana delle SS. Affascinato dal digitale, ha pubblicato in formato ebook per le edizioni Algama il serial a puntate Madame Gestapo, e il thriller Il signor Wolf, già tradotto per il mercato americano.
La Bestia
di Enzo Caniatti
Nell’aria sentore di disinfettante. Il piccolo uomo bruno allargò le narici come un cane che fiuta la preda. Il riflesso condizionato del cacciatore lo spinse a cogliere e a identificare gli odori che l’alcol tentava vanamente di nascondere. La stanza era immensa, decine di ceri scintillanti cercavano con scarso risultato di dissipare le tenebre che, come un nero sudario, avvolgevano ogni cosa. Le fiamme danzavano sulla pesante tappezzeria in seta vermiglia creando arcane inquietanti figure che parevano in attesa di ghermire chi giaceva nel grande letto a baldacchino. Nella penombra si distinguevano figure di militari e alti papaveri del partito. Non si sentiva volare una mosca, tutti erano assorti nei propri pensieri, gli occhi rivolti verso l’uomo che avevano temuto, odiato e idolatrato per oltre trent’anni. Erzov si avvicinò a passo felpato. Un alto ufficiale del NKVD lo scorse e gli si parò davanti sbarrandogli il passo. Bastò mostrargli il badge rosso per farlo scostare con deferenza. Anche l’infermo lo vide. Alzò dal lenzuolo una mano cadaverica e gli fece segno di avvicinarsi. Non ci fu bisogno di altro, e i presenti iniziarono a lasciare, in assoluto silenzio, la stanza. Erzov attese ai piedi del letto. L’uomo che aveva creato e governato con pugno di ferro l’impero sovietico facendo tremare il mondo sembrava piccolo e insignificante tra le grandi lenzuola bianche. Con grande sforzo sollevò leggermente la testa dal cuscino.
«Mia fedele tigre delle grandi pianure – disse con voce flebile – La mia ora è giunta, sto per morire Erzov oscillò la testa chinandosi sull’infermo.»
Stalin spalancò gli occhi:
«Sai cosa devi fare» Poi, vinto dallo sforzo, si lasciò ricadere all’indietro. Erzov scivolò fuori dalla stanza ombra tra le ombre.
Era il 5 marzo 1953, il 28 febbraio Stalin era stato colpito da emorragia celebrare e da allora era rimasto tra la vita e la morte alternando momenti di lucidità a stati comatosi. I più grandi luminari giunti al suo capezzale erano concordi nel ritenere che la dipartita fosse ormai soltanto questione di ore.
Erzov ordinò all’autista di portarlo alla Villa. L’uomo, un siberiano taciturno quanto il suo capo, ingranò la marcia e partì facendo fischiare gli pneumatici della grossa Zis nera con targa ministeriale. Era tardo pomeriggio, faceva freddo, le strade erano semi deserte. Mentre l’auto correva verso la meta, Erzov sprofondò nella morbida pelle del sedile, un lusso che pochi potevano permettersi. La sua mente, senza che ne fosse cosciente, iniziò un lungo viaggio a ritroso nel tempo. A quel fatidico giorno del 1947. La guerra era finita da solo un paio d’anni. Loro avevano vinto. A prezzo di inenarrabili sofferenze avevano strappato le unghie alla belva nazista. La lotta era stata dura ed implacabile. Milioni i morti. Stanco di tanti orrori si stava godendo una meritata licenza nella natia Siberia ai confini con la Mongolia. L’immensa tundra, regno della tigre siberiana. Come questa anche lui era un cacciatore, prima di animali e poi di uomini.
Stava pulendo il fucile nella sua capanna quando, senza nemmeno bussare, entrò un colonnello carico di medaglie
«Compagno Erzov?»
Gli era bastato uno sguardo e aveva capito. Non era ancora finita.
Qualche giorno dopo era al Cremlino. Stalin aveva bisogno della sua Kanga, la tigre, c’era una preda da stanare, non una qualsiasi, la più ambita. E non soltanto dal dittatore. La caccia era iniziata immediatamente. Non era stata facile, ma alla fine si era conclusa nel migliore dei modi.
Erzov fu interrotto dal sibilo dei freni della Zis che si arrestava davanti alla Villa. Una squallida palazzina tetra ed isolata alle porte di Mosca. Il piccolo uomo bruno scese dall’auto. La via era deserta. L’immobile dalle finestre sbarrate sembrava disabitato da tempo. Erzov prese dalla tasca una chiave ed aprì la porta. La stanza d’ingresso era buia e maleodorante. Il poco mobilio cadeva a pezzi. Erzov attese che la porta alle sue spalle si chiudesse automaticamente prima di accendere una piccola torcia. Il fascio di luce illuminò una scala in granito che sprofondava nel buio del sottosuolo. Erzov scese per un paio di rampe e sbucò davanti a una porta d’acciaio. Premette un pulsante celato nel muro e questa si aprì rivelando un ascensore. La discesa duro qualche minuto. Il sotterraneo era illuminato a giorno da gradi lampade appese al soffitto. Le spesse pareti in cemento isolavano il luogo da ogni rumore e interferenza esterna.
Le guardie impugnarono i Kalashnikov e li puntarono senza tante cerimonie contro Erzov che si affrettò a mostrare il suo badge rosso. I due scattarono immediatamente sull’attenti battendo forte le palme sul calcio dei mitragliatori. Erzov proseguì lungo il corridoio. Incontrò un nuovo posto di guardia protetto da un nido di mitragliatrici. Dopo la verifica d’identità, superò una pesante porta d’acciaio dietro la quale ce ne era un’altra ancora. L’aprì con una speciale chiave che teneva appesa al collo e della quale non si separava mai sin da quel lontano giorno del 1947 quando il Piccolo Padre gliel’aveva confidata.
Il cemento grezzo aveva lasciato il posto alla pietra. Era come entrare nei sotterranei di un’antica fortezza o meglio nelle sue segrete. Una pesante porta in legno e ferro con tanto di grata e chiavistello conduceva in quella che si poteva confondere con una sala di tortura di un castello medievale. Non c’erano però né strumenti né macchine infernali, ma soltanto una grande gabbia in ferro appesa al centro della volta del soffitto. La puzza era nauseabonda. Il cacciatore siberiano ci aveva ormai fatto l’abitudine e quasi non la percepiva più. Azionò l’argano. La gabbia appesa a una grossa catena iniziò a oscillare, mentre con sinistri cigolii scendeva verso terra. Qualcosa tra le sbarre cominciò ad agitarsi squittendo e grugnendo. Si poteva scorgere un essere vivente dalle sembianze vagamente umane accucciato e completamente nudo.
Stalin stesso aveva disegnato la gabbia traendo ispirazione da quelle utilizzate dai sanguinari despoti medievali per appendere i condannati alle torri più alte dei loro manieri alla mercé degli uccelli da preda. Il dittatore aveva preteso che alla Bestia non fosse concesso di alzarsi sulle zampe. Questo aveva portato nel corso degli anni alla progressiva paralisi degli arti inferiori. Aveva affidato il compito di accudirla e nutrirla solo ed esclusivamente al fedele Erzov, il cacciatore che l’aveva cattura e gliel’aveva consegnata. Ai medici il compito di mantenerla in vita il più a lungo possibile per prolungarne oltre ogni limite le indicibili sofferenze.
Così, a giorni alterni, Erzov si recava alla Villa. Nutriva la Bestia con quel minimo necessario per non farla morire di fame, la lavava sotto un violento getto di acqua gelida e la riappendeva al soffitto nella sua gabbia pronta perché il suo padrone la potesse ammirare. Ricordava la prima volta che ve l’aveva rinchiusa. Urlava e si dimenava rabbiosa, sprizzando odio da tutti i pori. Poi però con gli anni si era calmata. Sospettava che fosse andata di testa. Non parlava più, emetteva solo delle specie di squittii e grugniti, ma più spesso dei mugolii da animale ferito. Doveva soffrire molto con grande gioia di Stalin. Il dittatore veniva a vederla tutte le settimane, non mancava mai l’appuntamento. Si limitava ad osservarla a lungo senza proferire parola. A volte chiedeva a Erzov di fare scendere la gabbia a mezz’aria e la guardava oscillare. In altri momenti la lasciava appesa al soffitto. Per poi allontanarsi sempre dalla putrida segreta più che soddisfatto.
Vedendo Erzov avvicinarsi la Bestia iniziò ad agitarsi mugolando. I capelli che gli ricadevano sugli occhi, la barba biancastra lunga e arruffata impedivano di distinguere le sembianza di quello che un tempo era un volto umano, ora distorto da un rictus demenziale. La Bestia afferrò le sbarre scuotendole con forza e digrignando i pochi denti guasti rimasti. Erzov non se ne preoccupò. Era tanto vicino da poter sentire i miasmi che emanava l’immonda creatura. Con voce monocorde scandendo le parole in tedesco come fosse a rapporto, le disse:
«Ho il compito di informarla che Iosif Vissarionovič Džugašvili sta morendo.»
La Bestia ebbe un soprassalto. Scosse la testa e per un attimo Erzov vide animarsi gli occhi cisposi di un blu cobalto.
«Stalin…» Cercò di articolare a fatica. Poi un terribile urlo di trionfo, che nulla aveva di umano riecheggiò sotto la volta della segreta. Le mani di Hitler si protesero fuori dalle sbarre, le lunghe unghie ricurve pronte a ghermire gli occhi del siberiano. Erzov fu lesto a fare un balzo indietro, mentre la Bestia sfogava tutta la rabbia per l’attacco mancato scuotendo le sbarre come una forsennata.
Il piccolo uomo bruno sganciò la fondina della pistola.
«Prima lei mein Führer.»
I colpi secchi della Tokarev risuonarono a lungo sotto la volta.
Ora, era davvero finita.



