Una famiglia perfetta [ALlibri]

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La sinistra alessandrina strumentalizza Umberto Eco...e intanto dimentica Delmo Maestri CorriereAl 1a cura di Angelo Marenzana

 

 

Complice di molti autori alessandrini con i quali ha avviato nel corso degli ultimi anni interessanti collaborazioni letterarie, questa domenica è ospite di ALlibri, il veronese Emanuele Delmiglio, scrittore, giornalista ed editore. In quest’ultima veste professionale ha dato alla stampe l’antologia tutta di ispirazione alessandrina Le maledizioni di Bassavilla. Da ricordare anche la più recente, curata dal nostro Danilo Arona, Il Giallo Sovrano.

Come dice lo stesso Delmiglio, “sono cresciuto a pane e Urania”, e, da appassionato lettore ed estimatore della narrativa, molto ha dedicato al cosiddetto genere. Nei suoi scritti riesce spesso a rovesciare i punti vista consueti per mettere a nudo, sotto il riflettore del fantastico e dell’assurdo, le ambiguità del vivere. Ha pubblicato due raccolte di racconti (Ultima uscita, 2002 e Vie traverse, 2008 – Inchiostro Il Riccio Editore), e il romanzo L’alba di Arcadia  (Solfanelli, 2014).

In veste di giornalista è direttore responsabile della rivista letteraria Inchiostro.

 

 

Una famiglia perfetta

 

di Emanuele Delmiglio

 

 

«Buonasera signore, bentornato».

La voce cristallina e per nulla artificiale del sistema di sicurezza risuonò nel patio mentre la porta scorrevole scivolava silenziosamente all’interno del muro.

Finalmente a casa.

Appese la giacca e depositò la ventiquattr’ore poco dopo l’ingresso, mentre le luci si accendevano automaticamente.

«Caro…».

La voce proveniva dalla cucina.

“Il mio angelo”, pensò l’uomo mentre indossava le pantofole.

Silenziosamente arrivò alle spalle della moglie, intenta ai fornelli, e la cinse con un braccio, facendola sobbalzare. Un bacio sul collo e lei si rilassò dolcemente tra le sue braccia.

«Siediti, dài, non vedi che sto lavorando?», gli disse in modo falsamente imbronciato non appena riuscì a staccarsi dalle sue labbra.

«Besciamella», ordinò alla cucina.

«Il piccolo?», chiese l’uomo.

«Sta dormendo, vai a guardare che amore, sembra un angioletto…». Sorrise al pensiero della loro creaturina.

In punta di piedi l’uomo entrò nella cameretta semibuia e si fermò a osservare la culla.

Il bambino era girato di tre quarti, i biondi riccioli sulla fronte, le guance rosee, leggermente arrossate, e il pollice appoggiato alle labbra socchiuse.

Un’ondata di tenerezza lo investì.

Com’era bello!

All’inizio era contrario a prenderlo biondo, dato che loro erano entrambi scuri di capelli, ma ora non riusciva a pensare a un figlio diverso.

La moglie si fermò alle sue spalle e lui l’attirò a sé, teneramente.

Rimasero a guardare il loro bambino beatamente addormentato fino a quando il suono della cucina li avvertì che la cena era pronta.

«Devo dirti una cosa che ti farà piacere… – cominciò la moglie, sistemandosi il tovagliolo – Oggi, per la prima volta, ha detto “papà”, dovevi sentirlo…».

«Oddio, davvero? – l’uomo avvertì un’ondata di commozione salirgli alla gola – … e io me lo sono perso».

«I papà si perdono sempre queste cose. Ma avrai modo di rifarti, lo sentirai imparare molte paroline, nei prossimi anni…».

L’uomo ristette pensieroso, giocherellando con la forchetta.

«Che c’è? Qualcosa non va?».

«Niente, sai, i soliti dubbi… ma passeranno».

La donna sospirò, si pulì le labbra con il tovagliolo e gli si fece più vicino.

«Dimmi, su, ancora le solite perplessità? Pensi ancora che lo abbiamo preso troppo presto? Che dovevamo goderci la vita ancora un po’?».

«Be’, dopo quasi sette anni di matrimonio… no, non è questo. I miei dubbi riguardano “come” lo abbiamo preso…».

La donna sospirò, preparandosi ad un’ulteriore opera di convincimento nei confronti di quell’adorabile testone del marito.

«Certo che voi uomini siete sempre così indecisi… – disse, scompigliandogli i capelli – Avanti, parliamone, vediamo se riesco di nuovo a toglierti tutte queste preoccupazioni».

«Tu dubbi non ne hai, vero?».

«No, lo sai. All’inizio sì, come è naturale, ma poi ne abbiamo parlato con amici, esperti, medici… E ora sono felice, veramente. Non tornerei indietro!».

«La cosa che mi turba di più è l’età».

«L’età? Non ti sembra che un anno e mezzo sia una splendida età per un bambino?».

«Non so. A questa età ancora non parla e…».

«Ci sono dei limiti, lo sai…».

L’uomo scosse la testa. «Se penso a nostro figlio, che balbetta e dice papà… e che per molti anni ancora continuerà a parlare a scatti, non riuscendo ad articolare bene alcune consonanti… non so. Non potrò mai parlargli da uomo a uomo, giocare a calcio con lui… spiegargli cos’è l’amore…».

Lei lo strinse a sé e gli accarezzò la testa, lentamente. Capiva suo marito. Le cose alle quali aveva dovuto rinunciare non erano poche.

«Sì, caro, ma non c’erano alternative valide. Entro i due anni la struttura mentale può essere bloccata assieme alla crescita corporea e così lui resterà per sempre un bambino di un anno e mezzo…».

«Per sempre… non per sempre».

«Intendevo fino al suo ritiro, come sei fiscale… Pensa all’esperienza di Giovanna. Ha insistito a volerlo di cinque anni. Gliel’avevano detto che non andava bene, ma lei: “No, no, deve poter parlare, ragionare…”. Non mi ascolta mai… E alla fine si è ritrovata con un moccioso con la candela al naso che fuma, rutta e bestemmia come un camionista e disquisisce di Kant e Schopenauer… Non vedeva l’ora che glielo ritirassero».

«Già, la crescita mentale è continuata e solo quella fisica è stata bloccata geneticamente…». L’uomo non riusciva a nascondere la delusione.

«Sì, caro, abbiamo fatto la scelta giusta, credimi». Con voce suadente la donna stava tranquillizzandolo. Non aveva dubbi sul fatto che ci sarebbe riuscita.

«E poi, il fatto del ritiro. Ti sembra giusto farli vivere solo dieci anni? Una persona ha il diritto…».

«Non sono persone! – ora stava facendole perdere la pazienza – sono cloni, come gli organi. Io ho già avuto un rene, il fegato e la cistifellea trapiantatati. Ho tre persone dentro di me?».

«No, dài, non arrabbiarti. È che è sempre nostro figlio, sangue del nostro sangue…».

«… Dei nostri geni, sì. E vivrà una splendida vita. Sarà felice con noi, non gli faremo mancare niente. Forse dieci anni sono pochi, è vero, ma dipende da come sono vissuti. Nessuno pensa mai di aver vissuto abbastanza».

«Riesci sempre a mostrarmi il lato migliore delle cose. Come fai?».

«Va meglio, adesso?».

«Sì, molto, come sempre».

«Vieni – gli disse prendendolo per mano – andiamo a guardare ancora il nostro bambino».

 

Notte.

La donna si mosse piano e accese la luce sullo specchio del bagno.

Sciacquò il viso e si soffermò ad esaminarsi attentamente.

Le rughe accanto agli occhi cominciavano a farsi più accentuate, notò con una smorfia di disappunto. “Chi ha detto che la vita comincia a quarant’anni?”.

Lei ne aveva cinquanta e da un po’ il suo seno non era più così sodo; cellulite e smagliature cominciavano a infierire sui suoi glutei e la pancetta, a dispetto della ginnastica, era un po’ troppo pronunciata.

Riflessa nello specchio, la figura del suo uomo addormentato la fece sospirare.

“Com’è bello… – un improvviso pensiero la costrinse a trattenere un risolino – … e com’è dotato…!”.

Sì, lo amava veramente, era come lo aveva sempre desiderato.

La differenza di età tra loro cominciava però a infastidirla; era oggetto di sogghigni alle feste e ai ritrovi tra le amiche, perfide come solo le donne sanno esserlo.

Che andassero tutte a quel paese!

Quello era il suo uomo e lei ne era fiera. Tutta invidia da parte loro.

Lo guardò di nuovo con affetto e si soffermò sui muscoli, sulla pelle abbronzata, sui folti capelli scuri.

“Sono stata molto felice con lui – pensò soddisfatta – mi dispiacerà lasciarlo, tra tre anni”.

Un sorrisetto le salì alle labbra.

“Il prossimo, però, lo prendo biondo”.

 

Il Gabbiano
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