Razzismo [Il Flessibile]

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 CorriereAldi Dario B. Caruso

 
Il tema è caldo.

A metà tra “Giornata della Memoria” e “Giornata del Ricordo” si presenta all’attualità il caso Macerata.

Il corpo di una diciottenne – forse morta per un’overdose – viene smembrato e accuratamente riposto in due valigie da uno – forse due o addirittura tre – spacciatori nigeriani.

Nelle ore successive un giovane italiano – già militante della Lega – scorrazza per la città facendo il tiro al bersaglio su alcuni gruppi di immigrati ferendone sei, cinque uomini e una donna.

Certamente uno scontro tra razze.

Probabilmente però la parola razzismo non è adeguata o, se non altro, non spiega compiutamente.

Una piccola storia.

Razzismo [Il Flessibile] CorriereAl

C’è un giardino in pieno centro – da pochi anni rimesso a nuovo con alberi, piante, giochi per bambini e panchine per anziani – inutilizzabile dalla società civile.

Questo appezzamento di verde, a 50 metri dalla stazione ferroviaria, è circondato da alcuni complessi scolastici frequentati da centinaia di bambini e ragazzi dai tre ai quattordici anni.

Durante le pause didattiche un professore si affaccia alle grandi vetrate della scuola e osserva questo giardino.

Qua e là crocchi di ragazzi di colore che sembrano discorrere del più e del meno, talvolta con la musica a palla ballano, altre volte arriva qualche personaggio caucasico che scambia strette di mano, non sempre a mani vuote.

La mattinata è lunga ma non è difficile urinare e defecare creando un minimo di intimità, con tutto quel verde a disposizione.

“È sempre così, qui. Sai quante volte abbiamo avvisato?” dice al professore la collaboratrice scolastica ormai disillusa.

Questo accade a Savona, dove accade ciò che accade anche a Macerata e certamente in numerose altre città italiane.

La stanchezza dei cittadini è però una colpa poiché frutto di una supina accettazione.

Abbiamo sbagliato, ne abbiamo colpa.

Abbiamo privilegiato i dibattiti televisivi e i discorsi sui social piuttosto che concentrarci su una reale politica di inclusione.

A scuola, coi bambini ed i ragazzi si parla da anni ormai di diversità, di apertura, di accoglienza.

E i ragazzi capiscono e sono più tolleranti degli adulti.

Ma ciò non basta.

Perché gli stessi bambini e ragazzi che a scuola vivono la valutazione come un obiettivo primario, vivono anche e ancor più il senso di ingiustizia sociale in maniera soffocata ma profonda.

Se saremo fortunati, tra qualche anno costoro cambieranno il mondo; nella peggiore delle ipotesi invece avranno un giardino dove passeggiare ballando e scambiandosi strette di mano, senza fare differenze di colore.
Foto da Il Secolo XIX

Il Gabbiano