Dopo i giorni dell’oro [Lettera 32]

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Giuliano Beppedi Beppe Giuliano

 

…”E allora Consolini, nel silenzio di Wembley, si mise a cantare con la sua vocina stridula. Ma non intonò il nostro inno, raccontò invece, a quel popolo pallido, di un Paese pieno di mare, e delle sue belle giornate.
Lui, un contadino veneto, cantò ‘O sole mio.
Da solo, sotto la pioggia.
Gli inglesi ebbero un attimo di esitazione, poi iniziarono a battere le mani e, al posto delle note, ci fu solo quel fragoroso applauso.
Se lo meritava eccome, di leggere il giuramento! Ha fatto bene Onesti, il presidente del CONI, a resistere a tutte le pressioni per farlo fare a un altro”…

I giorni dell’oro di Francesco Pinto è un romanzo che si svolge durante i Giochi Olimpici di Roma del 1960 e l’autore (come aveva già fatto con la costruzione dell’autoSole in La strada dritta) mescola bene la finzione dei suoi personaggi con gli avvenimenti di quella estate, ormai così lontana.
Leggendolo, mi è venuta voglia di sapere, un po’ come in un romanzo, cosa ne è stato di quegli atleti dopo lo spegnimento del braciere olimpico.

Venite a curiosare con me, iniziamo proprio con Adolfo Consolini. Consolini 
Quando vinse a Londra aveva già 31 anni, e la guerra gli aveva sottratto almeno una medaglia perché già quattro anni prima era il più forte al mondo, aveva il record mondiale dal 1941.
Quella gara bagnata del disco fu una questione italiana, l’eterno secondo Beppone Tosi, il corazziere di Borgo Ticino, vinse appunto l’argento.
Noi eravamo paria, malvisti dopo la fine della guerra, e quella premiazione, la prima in cui avrebbe dovuto suonare l’inno di Mameli che aveva sostituto la marcia reale dopo la vittoria della Repubblica al referendum del 2 giugno ’46, fu silenziosa per una distrazione degli organizzatori o per perfidia?
Consolini, atleta straordinariamente longevo, ancora gareggiò ai giochi olimpici nel ’52 e nel ’56 prima di Roma quando fu scelto, tra molte polemiche, per leggere il giuramento degli atleti.
All’epoca una norma italiana prevedeva che si potesse essere tesserati solo fino a 45 anni. Lui, del 1917, dopo il 1962 si tesserò perciò per una società sportiva svizzera. Fino al 1969 quando a giugno, cinquantaduenne, vinse ancora all’Arena. Fu l’addio, purtroppo, perché prima di Natale un cancro s’era preso quel gigante contadino.

Il lancio del disco era diventato intanto proprietà di Al Oerter, l’americano dalla schiena di vetro che, miracolosamente, ogni quattro anni si faceva trovare in forma perfetta al momento giusto. Vinse sempre, dal 1956 al 1968, per quattro volte di fila (solo Carl Lewis ha fatto altrettanto nell’atletica) e sempre battendo il favorito primatista mondiale del momento.
La prima volta che vinsi ero giovanissimo, dirà poi. La seconda non molto bravo. La terza molto infortunato. La quarta, vecchio.
Sfiorò la qualificazione per Mosca 1980 (dove poi gli americani non andranno), a più di quarant’anni, anche sottoponendosi a una cura di steroidi (non erano ancora fuorilegge) che non migliorarono le sue prestazioni ma peggiorarono la sua salute. Diventerà poi un testimone della lotta al doping. Il suo cuore andò sempre peggio, e nel 2009 solo un trapianto avrebbe potuto salvarlo. Lo rifiutò. Ho avuto una vita interessante, me ne andrò con quel che ho avuto, rispose.
Pronunciò l’orazione funebre per lui Hal Connolly, altro lanciatore, anche lui olimpionico a Melbourne nel martello, e la sua storia in quei giochi fece il giro del mondo libero, negli anni più accesi della “guerra fredda” (e non solo: le olimpiadi del 1956, pochi giorni dopo l’invasione dell’Ungheria, si ricordano anche per la colossale rissa in piscina quando i magiari della pallanuoto affrontarono proprio l’Urss).

Hal e OlgaLa notorietà di Hal Connelly non si deve a quei sedici centimetri che gli permisero, all’ultimo lancio, di superare il rivale russo e strappargli l’oro. Piuttosto perché, prima di quel lancio gli si era avvicinato un’atleta, anche lei campionessa olimpica, e i due avevano parlato a lungo.
Me ne infischio del martello e delle Olimpiadi, le disse Hal. Da te prima voglio una risposta, è più importante. Davvero verresti a Praga, nonostante la cortina di ferro, gli chiese allora Olga. Se lo farai, sì, te lo prometto, diventerò tua moglie.
E Hal Connelly si alzò, andò a lanciare, vinse la medaglia d’oro nel martello. Pochi mesi dopo, il 27 marzo 1957 sposerà a Praga Olga Fikotova, medaglia d’oro del disco.

Dodici anni dopo, e altra invasione sovietica. Un’altra campionessa olimpica cecoslovacca sarà la regina dei giochi di Città del Messico del 1968, e la protagonista di una protesta oggi meno ricordata del saluto coi pugni neri guantati di John Carlos e Tommy Smith.
Nessun ginnasta ha vinto tante medaglie come Vera Caslavska. Tre ori a Tokyo (e un argento, ma già ne aveva vinto uno, solo diciottenne, a Roma), altri quattro ori a Città del Messico. Più due argenti, uno dei quali alla trave dopo un verdetto molto discusso.
Lei, che aveva aderito con passione alla primavera di Praga, che duranteVera l’invasione, persa la possibilità di allenarsi nella sua palestra era andata alla stazione “a scaricare i sacchi dai treni con gli uomini”, durante l’esecuzione dell’inno sovietico abbassò lo sguardo a terra, e girò la testa. Un gesto che in patria pagò con il ritiro obbligato dalle gare, e con un ostracismo che durò fino agli anni Ottanta.

Intanto, altri Giochi Olimpici, e altre ginnaste regine. A Monaco fu Olga Korbut, il passerotto di Minsk, la prima campionessa bambina, bella e teatrale, poi quattro anni dopo arrivò lei, Nadia Comaneci, per cui dovettero rivedere i tabelloni elettronici non predisposti per il punteggio della perfezione, quel 10 che solo con lei diventò comune…

Potremmo proseguire all’infinito, con altre storie delle vite di queste ragazze e questi ragazzi, tutti legati dal sottile filo del destino che li ha voluti capaci, un giorno, di concorrere e magari anche di vincere nella competizione più bella e più nobile che ci sia…


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