Le vecchie tende sgualcite [Il Superstite 218]

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Arona Danilo nuovadi Danilo Arona

Piccolo regalo di fine anno, se lo gradite. Un piccolo racconto gotico che però – per chi vuol crederci – è una personale esperienza di vita. Chi mi conosce, alla fine capirà. Il pezzo non è inedito, ma sono eoni lovecraftiani che non viene diffuso. Secondo me ci azzecca, suo malgrado, con l’atmosfera festaiola di Capodanno. Un abbraccio collettivo.

 

I due ragazzi a notte fonda si attardano nelle pulizie del locale. C’è molta attesa in città: la stagione per la discoteca più “in” si annuncia promettente. La musica in sottofondo trasmette vibrazioni positive e il telefono non cessa di squillare, svelando all’altro capo domande angosciate sul giorno e l’ora dell’inaugurazione. Lui e lei sono alle prese con gli ultimi ritocchi: tavolini lucidi come cristalli, impianto stereo rinnovato e caccia grossa alle ragnatele. Poi lei guarda i pesanti tendaggi e dice: “Dopo l’incendio al cinema di Torino nessuna commissione ci passerà le tende.”
“Ma sì”, risponde lui, “intanto non servono a nulla. Prendono solo polvere. Stacchiamole e mettiamole nel ripostiglio.”
“Se ci sentisse la signora. Sai com’era affezionata a questi tendoni…”

La signora era la padrona del locale. E’ morta da poco, lasciando tutti di stucco, perché al mondo aveva sempre mostrato la solidità di una roccia. I rapporti dei due ragazzi sono proseguiti senza intoppi con i figli della donna.
“Già, ma non mi sente e non mi vede. Facciamo presto che mi è venuto sonno.”
Staccano le vecchie tende sgualcite e le trascinano di sotto, nel ripostiglio di fianco all’ingresso. Quindi passano ancora l’aspirapolvere e, dopo mezzanotte, decidono di concedersi il riposo. Scendono le scale. Quando giungono al pianterreno, spengono l’interruttore generale e tutto piomba nel buio. Escono e chiudono a chiave, bloccando anche la porta saracinesca, incastrandola nella guida. Percorrono pochi metri e salgono in auto. Lui e lei, fidanzati, non vivono ancora insieme. Lui la riporta a casa a pochi chilometri dal locale. Si salutano, quindi lui ripercorre la strada al contrario per raggiungere la sua abitazione che si trova da tutt’altra parte. Ripassa di fronte alla discoteca e il cuore prende a battergli furiosamente.

Le luci sono tutte accese, sia di sopra sia all’ingresso. Ma che stranezza…Possibile che abbia dimenticato di spegnere il generale? Eppure ricorda bene d’averlo fatto cinque minuti prima. Non si tratterà mica di stupidi ladri che vanno a rubare dischi e liquori? Scende dalla macchina, lasciandola in folle con freno a mano inserito, proprio dinanzi all’ingresso che è perfettamente chiuso come lui l’ha lasciato. Visto che non esistono altri accessi, deve ammettere che ha solo “pensato” di spegnere le luci, ma non l’ha mai realmente fatto. Tira allora la porta saracinesca, rimette le chiavi nella toppa e, con una leggera apprensione, rientra nella discoteca, dirigendosi di corsa verso il quadro degli interruttori. Esclude (di nuovo?) il pulsante del generale e il locale diviene buio. Ha per qualche secondo l’impressione di uno spiffero gelido sul viso, forse una banale corrente d’aria. E chiude in fretta, dirigendosi con sollievo verso l’auto. Lui non vorrebbe credere alle presenze cosiddette “occulte”, però in quel caso ci sono tutti gli ingredienti (compresa la tremarella) per cambiare idea. Una volta al posto di guida lancia un’ultima, distratta occhiata alla costruzione. E se ne pente.

Perché lassù, sul vetro oscuro fiancheggiante la scalinata a serpentina che conduce alla pista da ballo, vede – e la vede senza ombra di dubbio e da questo momento cambierà parere sulle presenze “occulte” – una faccia bianchiccia, quasi “stampata” sulla superficie: il volto severo e arcigno della vecchia signora, che forse lo rimprovera in silenzio per aver tolto le vecchie e care tende sgualcite. Così almeno gli pare. Ma non si ferma a rimuginare inutili elucubrazioni. Ingrana una stridente prima e fugge a casa. Coricatosi, si rigira nel letto sino all’alba. Sarà così per tante altre notti ancora.
Due giorni dopo s’inaugura la stazione danzereccia. E’ un gran successo. Nessuno si accorge della mancanza delle vecchie e pesanti tende. Si balla al ritmo dei Duran Duran e dei Men At Work. Ci si strofina al buio senza paura di nulla in quello che sarà uno dei decenni più libidinosi del secolo. Non c’è tempo e voglia di credere ai fantasmi.
E’ il settembre del 1983. Una piccola discoteca alle porte di Alessandria.