Lo spunto per questa mia riflessione me lo ha dato una notizia venuta dalla Sicilia, una regione molto importante dell’Italia (è la regione più vasta territorialmente e una della più popolate). La politica siciliana è sotto processo da parte della Comunità Europea (l’ennesimo processo a carico dell’Italia) per uno scandalo sui finanziamenti dei corsi di formazione degli studenti delle Università siciliane.
Si tratta di ben 7,5 miliardi di euro di fondi europei, erogati in circa cinque anni a favore della Regione Sicilia, che dovevano servire per i corsi di formazione degli studenti siciliani per favorire il loro inserimento al lavoro e che sono stati ingoiati dalla politica e dal malaffare, senza creare il benché minimo posto di lavoro.
Questa sarebbe l’innovazione all’italiana ed il dubbio è che il caso in Italia non sia isolato.
Uno dei campi in cui poteva svilupparsi lo sforzo pubblico a favore dell’innovazione è senza dubbio la ricerca delle fonti di energia alternative al petrolio, al gas ed altre fonti fossili non rinnovabili.
Anni fa, quando era ormai chiara la direzione che stava prendendo la ricerca, in Italia si disquisiva ancora di petrolio, di nucleare, di carbone pulito. Persino uno dei massimi dirigenti dell’Enel, l’ex ambientalista pentito Chicco Testa, spingeva sul nucleare, affermando con sicumera che le fonti rinnovabili al massimo avrebbero potuto coprire una percentuale minima dell’intero fabbisogno di energia elettrica in Italia.
Qui da noi, in una zona già massacrata dal punto di vista ambientale, si progettava una mega centrale elettrica a gas tra Ventolina e Castelceriolo e solo l’opposizione di un comitato scalcinato, sostenuto per fortuna dalle organizzazioni agricole in grado di fare pressione sull’assessorato regionale all’ambiente, allora presieduto da Cavallera, riuscì nel miracolo di fare cambiare idea a lor signori.
Molti sapientoni da tavolino da bar, ripetevano come pappagalli che era ridicolo opporsi al nucleare in Italia quando nella vicina Francia il nucleare produceva il 70% dell’energia elettrica necessaria ai francesi.
L’ex presidente del consiglio Berlusconi era tornato raggiante dalla Francia sventolando una bozza di accordo con il suo amico Sarkosy che prevedeva l’acquisto, a prezzo di favore, di tecnologia nucleare francese da trasferire in Italia non appena ci fossimo rimangiati il referendum del 1986. Peccato che si trattava si tecnologia superata di cui la Francia aveva assoluto bisogno di disfarsene per poter ricavare il denaro necessario per rinnovare le sue vecchie centrali.
Poi dopo pochi anni, per puro caso abbiamo letto che i francesi – quei furboni – nel frattempo hanno fatto grandi progressi nella tecnologia dello sfruttamento delle maree, di cui il loro oceano Atlantico ed in particolare il braccio della Manica è ricco oltre misura (nella zona di Mont S .Michel il mare risale di ben 18 kilometri durante le maree), trovando il modo di costruire delle pale sottomarine che non si vedono perché lavorano sotto il pelo dell’acqua e per di più non ostacolano la vita della fauna marina perché girano lentamente senza dare fastidio ai pesci. Da quei pochi rudimenti di fisica che ho studiato nella mia vita so che l’energia cinetica, trasformabile in energia elettrica, dipende dalla massa e dalla velocità di un corpo in movimento, per cui anche in presenza di un moto lento se la massa ha un peso enorme, come è nel caso dell’acqua delle maree, il ricavato in energia è molto interessante.
Noi una fortuna simile a quella dei francesi l’abbiamo per esempio nello stretto di Messina, dove fin dall’antichità, fra Scilla e Cariddi, la navigazione era ritenuta pericolosa a causa delle fortissime maree.
Ma a sputtanare le vestali anti ambientaliste ed i fautori del petrolio e del nucleare, sono nel frattempo intervenute altre novità. E’ di poche settimane la notizia che il fondo di investimento Rockefeller Brothers Fund (emanazione di quella famiglia storica americana, che ha costruito la sua fortuna proprio sul petrolio) ha cambiato strada ed ha deciso di investire sulle fonti rinnovabili una prima tranche di 860 milioni di dollari, vendendo tutti gli assets posseduti sulle fonti fossili di energia. Bel colpo! E noi stiamo a guardare, sprecando le occasioni che abbiamo di usare i fondi destinati all’innovazione per le nuove generazioni. Speriamo che Renzi, tra una battuta e l’altra, trovi il tempo di occuparsi anche degli ingegneri, dei fisici, dei chimici che escono dalle nostre università e sappia organizzarli a dovere con finanziamenti che non siano solo una miseria.
Altra notizia recentissima da fonte più che attendibile: secondo i dati forniti da Terna Spa, la società italiana che gestisce la rete elettrica, gli ultimi dati riportano che le fonti rinnovabili (idraulica, eolica, fotovoltaica, geotermica e bioenergia) hanno coperto il 48,9% dell’elettricità prodotta nel paese, coprendo il 45,4% della domanda. Alla faccia delle previsioni partorite dal centro studi dell’Enel di Chicco Testa solo poco tempo fa.
Anche l’idroelettrico, che sembrava destinato alla stagnazione produttiva, dato l’alto sfruttamento dei corsi d’acqua italiani, ha fatto registrare nell’ultimo anno un incremento di energia prodotta del 23,8%. Non male. Quando ho avuto modo di interessarmi della produzione elettrica piemontese, al tempo della lotta del nostro Comitato contro la centrale Edison di Ventolina, avevo saputo che solo nella alpi piemontesi vi erano ben 23 piccole centrali elettriche dismesse, perché obsolete. Evidentemente l’Enel del sig. Chicco Testa aveva dato ordine di dismetterle per poter spingere sul nucleare che gli interessava di più, anche se forse bastava rinnovare quelle vecchie turbine, costruite magari all’inizio del Novecento, per dare altra energia rinnovabile a basso costo e con mano d’opera italiana.
La stessa relazione indica che su scala mondiale in dieci anni circa la potenza delle rinnovabili è cresciuta di ben l’85% e la nostra industria energetica non ha saputo approfittarne. Abbiamo certo costruito campi su campi di pannelli fotovoltaici, peraltro prodotti dovunque meno che da noi, ma a discapito dei terreni agricoli. Non era forse meglio, anziché dare gli incentivi per quello scopo, indirizzare gli stessi contributi verso la copertura obbligatoria dei tetti dei capannoni industriali ed agricoli di mezza Italia, che, tra l’altro, sono ancora coperti per la maggior parte delle pericolosissime lastre di amianto?
Da parecchio tempo non ne azzecchiamo una.
Visto che la tecnologia del fotovoltaico è quasi tutta di provenienza estera, perché non siamo riusciti noi italiani ad anticipare la concorrenza? Non è solo una questione di costi di manodopera (peraltro già svalutata qui da noi almeno del 50% in quindici anni) ma di tante cose, se, come risulta, i tedeschi e gli svedesi sono ben presenti nel settore nonostante i loro costi di manodopera non certo inferiori ai nostri. Mi sa che il difetto stia nel manico della politica e nella organizzazione della nostra ricerca universitaria.
Il dibattito è aperto.
Luigi Timo – Castelceriolo


