di Giancarlo Patrucco
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Mi rendo conto del fatto che, in un momento di fibrillazione elettorale come questo, è meglio stare allineati e coperti. Parlare soltanto di argomenti che sono ben accetti alla tua parte politica, altrimenti lasciar perdere, soprassedere. Ma le opinioni hanno sempre diritto di cittadinanza, pure se sono scomode. Soprattutto se sono scomode. Quel che importa è che abbiano fondamento e siano espresse con la pacatezza della ragione.
Ciò detto, mi permetto di spendere qui alcune riflessioni sull’epiteto urlato da Grillo in alcuni dei suoi ultimi comizi: peste rossa. Ora, quasi tutto ciò che dice e fa Grillo mi convince poco. Non amo le sceneggiate, mi danno fastidio le esibizioni urlate, mi urtano i toni messianici, i giochini di rimbalzo sui giornalisti di turno, gli sfottò e, spesso, la vaghezza degli annunci programmatici. Vedo che i suoi…adepti? associati? subordinati? – non so come chiamarli con esattezza – stanno imparando da lui, in fretta, e lo spettacolo mi piace ancora meno. Puoi ritenere di avere tutte le ragioni del mondo, ma o ti apri a un dialogo e a un confronto serio, oppure per me sei fuori, come direbbe Crozza-Briatore. Essere costretti a guardare da sotto in su un grillino – pardon, un rappresentante del M5S – oltre a farti venire la cervicale ti procura anche qualche altro giramento. Stavolta, più in basso.
Ma veniamo alla fattispecie della peste rossa, che nell’idioma grillesco intende
definire un sistema corporativo di carattere regionale e interregionale, il quale ha preso corpo e spazio nell’Italia centrale, emiliana prima e toscano-umbra poi. Qui, Grillo va giù pesante perché si trova davanti lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena. Ma sbaglia bersaglio già quando ripete i suoi anatemi a Piombino, oppure attacca Firenze per attaccare il nuovo Presidente del Consiglio, che di quella città è stato sindaco dopo essere transitato dalla presidenza del Consiglio Provinciale.
Sbaglia bersaglio, perché il sistema tosco-emiliano-umbro è nato sulla base di alcuni fondamentali positivi: il coinvolgimento di larghi strati di lavoratori che erano sempre stati ai margini dei processi decisionali e in condizione subordinata; l’attivazione di una rete di garanzie e di protezioni sociali come l’Italia non aveva mai visto; la formazione di una trafila di filiera che andava dal piccolo produttore artigianale e contadino alle grosse concentrazioni di trasformazione e commercializzazione dei prodotti locali; una rete di solidarietà sociale che si esprimeva attraverso la realizzazione di strutture efficienti in campo mutualistico, sanitario, culturale. Ecco. La peste rossa era tutto questo e altro ancora.
Eppure, ciò che Grillo definisce peste esiste. Rossa? Per la verità, in questo Paese non ci facciamo mancare l’articolo. Quindi, la peste, che chiamerei più propriamente cancrena, dalle nostre parti è merce che si trova all’angolo di ogni strada, di qualunque dimensione, forma e colore. Fa rabbia che si sia incuneata dentro la sinistra, ma non se ne creda immune il Movimento 5 Stelle, anche se i grillini non lo ammetterebbero mai e resterebbero scandalizzati dalla provocazione.
Allora, vediamo come concepisco io questa peste, rifuggendo dai paroloni della sociologia e dalle sparate dei politicanti, ma mettendo insieme qualche ragionamento. Merce rara, di questi tempi da venditori di fumo e di chimere.
Chiunque di noi sa che qualsiasi gruppo, associazione, sindacato, partito politico o movimento, nel corso del tempo corre il rischio di irrigidirsi, ossificarsi, pietrificarsi, qualunque sia il suo scopo o la missione che si è dato formandosi. Ciò è intrinseco alle forme di organizzazione sociale che l’uomo si dà da millenni, siano esse una bocciofila, una onlus, un’azienda oppure un club culturale.
Ovviamente, i processi degenerativi rischiano di farsi più rilevanti, e i guasti più ingenti, quanto più l’organizzazione si ramifica, comprende più aderenti e i suoi interessi sono più corposi, strategici, delicati. In fondo, se un circolo di bridge, una bocciofila oppure un gruppo di bird watching si ossifica, possono restare affari loro. Se la risolvano da soli, tanto non fanno soffrire una nazione. Ma, se gli elementi degenerativi si fanno strada all’interno di organizzazioni più grandi, coinvolgendo interessi corposi sul piano locale come su quello nazionale, allora diventano affari di tutti perché condizionano il benessere di tutti, la sicurezza di tutti, la salute di tutti e quello che, con una definizione azzeccata, viene chiamato bene comune.
Potrei fare centinaia di nomi e beccarmi centinaia di querele, ma non per questo sarebbero inficiate le mie osservazioni. Ricordo solo un esempio, tanto lontano nel tempo da non dar adito a controversie giudiziarie bensì solamente storico-economiche: le corporazioni medievali. Nate in un primo momento per dar voce e rappresentanza a categorie che non ne avevano alcuna, quelle corporazioni si trasformarono successivamente in una rigida forma di controllo, mediante la realizzazione di un sistema gerarchico opprimente che utilizzava il collante dell’appartenenza essenzialmente nelle lotte di potere interne e per far pressione sui centri di potere esterni alla corporazione medesima.
Ho detto qualcosa che vi fa venire in mente episodi d’attualità? In effetti, questa era proprio la mia intenzione. Oggi, infatti, le chiamiamo lobbies e attribuiamo tale appellativo soprattutto alle manifestazioni di pressione esercitate dalle aziende. Ma ci sono lobbies dappertutto: nelle aziende, nei partiti, nei sindacati. Dove si forma un raggruppamento, prima o poi arriva una lobbie. E’ endemico che così sia, come abbiamo detto prima. E non è neanche vero che le lobbies allignino solo in Italia. Non vantiamo questa esclusiva. Però, possiamo rivendicare il primato di quelli che meno fanno per impedirne o, almeno, rallentarne la formazione. Così la peste avanza sempre, mangiandosi pezzo a pezzo la Nazione.
Di tutto ciò negli ultimi decenni abbiamo visto molte spie. Quella del Monte dei Paschi è soltanto una, e purtroppo non l’ultima, manifestazione di questa cancrena. Nessuna organizzazione di qualche peso ne è rimasta immune. La politica, ovviamente, ha tenuto banco, facendo la parte del leone. Siamo arrivati al punto in cui, ai cittadini non importa neanche più cosa tagli e perché tagli. Basta che si taglino i vertici, perché è coscienza comune che è dai vertici che si dirama la cancrena.
Consigli comunali provinciali regionali. Partecipate. Enti Pubblici. Gran commis di Stato. Alte cariche della magistratura, dell’esercito, della burocrazia. Banche, fondazioni, assicurazioni. Tutto quell’intreccio perverso che ci spolpa ogni giorno e che tiene sempre la tavola imbandita con le mance da far scivolare ai clientes che si affollano intorno col piattino in mano.
La denuncia di Grillo, dunque, se pur speciosa in sé, ha fondamenta solide quando viene traguardata in termini più generali e assoluti. Quando Renzi azzera i Consigli Provinciali, voglio sperare che non tagli soltanto qualche stipendio ma tenti di recidere gli interessi, gli intrallazzi, gli scambi che spesso vi stanno sotto e, oltre a minare la correttezza dei rapporti fra cittadini e Stato, attentano alle casse comuni. Voglio sperare che, quando ridimensiona gli stipendi dei manager e dei grand commis, non lo faccia tanto per racimolare qualche soldo, ma per dare un esempio. Quando dice che, l’anno prossimo, la dichiarazione dei redditi il fisco te la manderà a casa, non voglia esclusivamente dare una dimostrazione di efficienza, bensì capovolgere il rapporto perverso che esiste ora. Io scrivo in modo che tu non capisca, così tu sei indotto a foraggiare l’esperto dell’inevitabile corporazione perché risponda al posto tuo e ti tuteli dai contenziosi.
Se Grillo non ci arriva adesso, pazienza. Ci arriverà. A noi interessa che qualcuno finalmente arrivi e faccia piazza pulita. Sono decenni, forse secoli, che aspettiamo.


