Classe ’74, secondo di tre figli, Juan Gabriel Perez alle medie era certo che sarebbe arrivato a scoprire il “Teorema di Bebo”. In quanto figlio di Oscar, professore di Educazione Fisica e tra i fondatori della Pallavolo Valenza, ha il destino segnato nel volley, al punto da diventare giocatore prima, allenatore poi e in seguito addirittura marito di una pallavolista. Matematico mancato, pallavolista mancato, musicista mancato, sta entrando negli “anta” aspettando di scoprire quale sia il prossimo fallimento di cui andare fiero. Nel frattempo presta la propria opera di “molto utile un po’ dappertutto” in una azienda del settore petrolchimico della provincia pavese e cerca di godersi la famiglia. Quest’anno è rientrato, dopo la collaborazione di qualche anno fa, nella rigenerata Alessandria Quattrovalli del presidente Venneri per guidare il gruppo under 16. Tifa Juventus, ascolta Davide van de Sfroos e sogna di avere dei figli che parlino quattro lingue. Buona lettura!
1) Juan Gabriel, che cosa è in realtà un allenatore, nel volley come in altri sport? Un padre, un amico o un sergente?
Che bello esordire con una risposta banale: un po’ di tutto. In effetti credo che un allenatore, specie se non professionista (e dunque senza la licenza di poter imporre un proprio “stile”), debba sapersi dosare di volta in volta nel mix giusto di figure diverse per poter ottenere il meglio dal gruppo che si trova a gestire. Poi, visto che alla fine ciascuno di noi ha le proprie inclinazioni caratteriali, io penso di essere molto più simile al modello “insegnante”, con la speranza di lasciare qualcosa ai miei atleti. Il modello autoritario del “sergente” lo considero valido solo per i livelli intermedi di pallavolo; ad alto e (modestamente parlando) a basso livello le caratteristiche di coaching dell’allenatore sono forse le uniche davvero premianti.
2) Ci potresti raccontare in breve la tua carriera agonistica, di giocatore prima e di allenatore poi?
Brevemente: come atleta sono stato un giocatore di medio livello. Poco fisico, molta tecnica e probabilmente, con il senno di poi, poca consapevolezza dei miei mezzi. Le gioie più grandi negli anni 95-98 e, su tutte, la stagione 96/97 con la vittoria in Coppa Piemonte (prima e unica vittoria da parte di una squadra di serie D) e la promozione in C. Scendevamo in campo con Bob, Bebo, Bibo, Gabo, Cubo e compagnia delirante; un gruppo di ragazzi assurdo e cazzutissimo, nel quale ho incontrato degli amici autentici. Iniziando a lavorare ho chiuso la carriera da giocatore fin troppo presto, addirittura prima che fosse inventato il ruolo del libero; chissà, avessi avuto la possibilità…
Come allenatore ho iniziato durante il primo anno di università nelle squadre giovanili a Valenza, società che considero come una seconda famiglia, con la fortuna di poter vedere da vicino della buonissima pallavolo. Mi sposo, pendolarizzo e pertanto sospendo l’attività finché la situazione famigliare e il lavoro non lo permettono. Nel 2008 mi chiama Bob (Astori) e vado a fargli da secondo nella serie C femminile del Quattrovalli, con la quale portiamo Alessandria per la prima volta dopo 40 anni in una categoria nazionale. Dopo una parentesi di un anno e mezzo nella maschile a Occimiano, quest’anno ho seguito il gruppo U16 femminile del Quattrovalli e la selezione provinciale U15 maschile. Come sempre, con i giovani le esperienze più arricchenti.
3) Che cosa pensi dell’ambizioso progetto del tuo presidente, il mitico Stefano Venneri? E’ più un Berlusconi o un Moratti?
Sapendo di fargli piacere spero di poter dire che sia un Cairo… Alessandria ha bisogno di iniziative del genere e ha anche la possibilità di alimentarle. Spero di poter contribuire, nel mio piccolo, attribuendo concretezza e sostenibilità agli obiettivi individuati.
4) Andiamo un po’ sul personale, adesso… tua moglie non è gelosa del fatto che alleni una squadra femminile?
Penso di no, anche se non gliel’ho mai chiesto.
5) Tu hai due figli, Matias e Ricardo, di 8 e 5 anni. Che cosa vorresti che imparassero da te e da tua moglie?
Mah, visto il carattere che stanno dimostrando spererei che Matias possa prendere un po’ della determinazione sanguigna di mia moglie Cristina. A Ricardo invece sarebbero utili un po’ più di razionalità e compostezza, anche per riuscire a scampare al riformatorio… Spero in ogni caso, e ne sono abbastanza sicuro, che possano vivere anche loro come noi delle belle esperienze di sport.



