A volte basta il cuore [U Gnacapiöğ]

print

Bona Giorgiodi Giorgio Bona

Riporto tale e quale quello che mi ha scritto Diego Fornasari e apparso sui quaderni del CIPEC curata dal mio caro amico Sergio Dalmasso. Vale la pena riportarlo perché la rivista nel dicembre 2103 ha chiuso i battenti, come tante altre belle realtà di questo Paese allo sfascio.

Carissimo Giorgio Bona,

Il racconto che mi accingo a scriverti e un ricordo verso una persona di grande integrità morale che è mio padre, deceduto nell’ottobre 2012, dopo aver compiuto, da pochi mesi, cento anni, dei quali metà vissuti a Luzzara (RE), metà a Boves (CN).
La storia di un centenario che ha vissuto due guerre mondiali è difficile da estrapolare; sarebbe difficile impossibile narrare tutte le vicende quotidiane, anche perché il ricordo svanisce cosi come l’acqua che scorre da monte a valle.

Paradossalmente nato nel luogo più importante di un lungo fiume che attraversa la pianura padana e morto a pochi chilometri dal suo luogo di nascita (le sue ceneri sono state sparse nel fiume Po – a Revello -, un paese poco oltre Saluzzo,
rigorosamente in valle Po).
Il Po che così come ti può dare la vita, così te la puo togliere, la nella bassa, tra nebbie e zanzarone, ha sempre dato un significato particolare a quelle terre.

Mio padre nasce in una famiglia agiata, ma campagnola, il nonno era un
commerciante di formaggio, ma viveva in campagna e quindi l’infanzia e la
giovinezza sono state vissute nella spensieratezza, con la possibilità di prendere un diploma, naturalmente nel settore del formaggio (per il territorio la scuola Zanelli è
sempre stata un fiore all’occhiello) interrotta per il richiamo alle armi.
Ma quando conosce mia madre, tutto cambia; l’influenza di una figlia di anarchici crea in lui la consapevolezza di una vita vera, quella della povera gente, quella del territorio latifondista con i lavoratori terziari, quella della vita del Po, la dura realtà di chi è ridotto a mangiare pane nero e acqua.

Mia madre, figlia di anarchici, con il padre fornaio. Pensa ai nomi dati ai figli, ben otto e due morti in fasce: Baldo, Ribelle, Ardito Ardo, Tania, Alba, Aralda Ardita, Olimpia, Germinal (in onore ai morti nelle miniere) che la sorte ha voluto morisse in fasce.
Mio padre parte in guerra nella campagna in Albania; ferito lievemente torna a casa. Nascono i contatti con i partigiani. Solamente una precisazione: nella bassa padana ci sono stati numerosi morti di gente contraria alla egemonia del fascismo, ma il partigianato e stato principalmente di volantinaggio, di interdizione tra
pianura e montagna e di montagna dove il mordi e fuggi era molto più praticabile che nelle sterminate pianure. I morti di Luzzara, i Cervi, i Manfredi… erano principalmente oppositori al regime, ma non combattenti.

Le fughe, i nascondigli, il suocero massacrato in quanto anarchico, olio di ricino in quantità industriale, ma mio padre è arrivato a cento anni e nulla ha minimamente scalfito la sua fede politica.
Inizia l’avventura nell’allora PCI. Dopo la guerra è segretario della sezione e quindi sindaco di Luzzara (la patria nativa di Cesare Zavattini, di Bruno Scardova, direttore di RAI 3 e figlio del segretario di allora della Camera del lavoro, grandi amici, grandi collaboratori nel riemergere dalla guerra).
Gli amministratori dell’Italia furono chiamati i sindaci della ricostruzione, ma non c’erano soldi e lavoro. Mio padre mi diceva che era stata veramente dura; tutti i giorni l’ufficio pullulava di gente che chiedeva aiuto e credo che lui abbia passato uno dei periodi più brutti della sua vita per la volontà di dare una mano a tutti,
potendo fare poco.

Ma, ad un certo punto, ha convocato i ricchi del paese e li ha obbligati a pagare tasse maggiori per aiutare il popolo; non sono riuscito a capire come abbia fatto; fatto sta che piano piano il motore è ripartito.
Quando fu eletto ottenne il 70% dei voti e da sindaco categoricamente (me lo diceva in continuazione) “di tutti”, al termine del mandato erano più propensi a rieleggerlo gli oppositori che non il partito, il quale, in quel periodo storico dell’Italia, era molto settario: dovevi attenerti alle regole del partito e non potevi andare per conto tuo.

Ma lui era diventato un popolano, faticavano a mangiare sia quelli di sinistra che di destra e i bambini dovevano crescere tutti eguali; il partito non gli perdonò questo tipo di posizione e quindi non venne ricandidato, gli venne offerto un posto da dirigente che non accettò. Mi diceva che avrebbe voluto proseguire la carriera politica e divenire consigliere provinciale.
Si ritrovò con pochi amici e una famiglia da sfamare (ricordo che allora uno spazzino prendeva uno stipendio da 21.000 lire e il sindaco di un paese appena sotto i diecimila abitanti ne prendeva 18.000), con un figlio affetto da lussazione congenita bilaterale delle anche, con la prospettiva di un intervento all’ospedale Rizzoli di Bologna, a totale spese proprie, perché allora se non avevi un lavoro non
potevi usufruire della mutua. Per evitare la sedia a rotelle era stato fatto, pochi mesi prima un intervento chiamato tetto plastica, e quindi il mio sarebbe stato il secondo in Italia.

Fortunatamente, un imprenditore del luogo lo assunse provvisoriamente per avere la disponibilità della mutua. Tutto andò bene.
Nel 1962 venne in Piemonte per lavoro e dopo un anno e mezzo lo raggiungemmo
mia madre ed io. Ci ospitò il paese di Boves, da dove non ci muoveremo più.

Da allora, smise di fare attività politica ufficiale, ma nella frequentazione del paese, sia nel bar, sia nelle passeggiate, continuò quel percorso di politica parlata,
discussa e chiacchierata con la gente. Agli occhi della popolazione non è mai stato nessuno, ma so per certo che molta gente ha convinto con il suo esempio di cittadino integerrimo e disponibile.
Crolla la sua amata Unione Sovietica, crolla la politica di Mao, rimane Fidel
Castro che non ha, però, mai visto di buon occhio, ma lui e mia madre continuano imperterriti a credere in un mondo fatto di ricchezza interiore e di disponibilità verso il prossimo.

Prima di morire rilasciano un’intervista indimenticabile al nostro comune amico “professore”, che rimarrà nella memoria mia e di chi l’ha conosciuto.
Lo abbiamo festeggiato sia a Luzzara, con una rimpatriata indimenticabile, davanti a tantissima gente, nonostante i tanti anni passati (i padri e i nonni ne avranno parlato ai figli con affetto), sia a Boves, qui purtroppo dopo la morte, dove, con l’Anpi gli abbiamo dedicato una serata, con la possibilità di videoconferenza con
Luzzara, ricordando la sua figura fragile, ma forte nell’animo e nel pensiero che non ha mai voluto sottomettersi agli schemi di questa società che, nel tempo, è solamente stata capace di correre verso un percorso economico, dimenticando tutto ciò che rende l’uomo nobile nello spirito e nell’anima.

Il pianto di mio padre, quando gli ricordavo il suo mandato di sindaco, verso tutti quei ragazzi che, seduti sull’argine maestro aspettavano che si potesse lavorare per portare a casa un pezzo di pane, è la cosa più struggente che la vita di un essere umano possa rammentare nel ricordo del suo passato.

Se vorrai ancora ascoltare le mie parole, a risentirci.
Un saluto.

Diego Fornasari