«Ieri c’è stata la bellissima e giusta reazione da parte degli italiani, che dimostra come non si può e non si deve dimenticare. […] Oggi è una giornata dedicata alle vittime e non bisogna perdere tempo con i carnefici»
(Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, alla Sinagoga di Roma per il settantesimo anniversario del rastrellamento nazista del Ghetto, in merito alle contestazioni contro i funerali di Erich Priebke)
Non c’è bisogno di essere neonazisti, neofascisti o revisionisti per sostenere che tutto l’accanimento e l’odio riservati al cadavere di Erich Priebke sono una nota stonata per un Paese civile. Attenzione: sto parlando dell’odio riservato al cadavere, specialità nella quale noi italiani siamo maestri.
Chi era Priebke lo sappiamo (o dovremmo saperlo) tutti. Ora che è morto non dobbiamo assolverlo, con un generico volemose bene all’italiana. Dobbiamo solo seppellire dignitosamente un defunto per seppellire una volta per tutte quella stagione di guerra e orrore che ha insanguinato il nostro Paese, e buona parte dell’Europa, nel secolo scorso. Se vogliamo che quel passato non si ripeta più, dobbiamo passare dal ricordo alla memoria, dalla vendetta alla pacificazione.
Tenere artificialmente in vita una salma, come si sta facendo adesso, mi pare sia un modo per favorire chi considera Priebke un eroe o, peggio ancora, un martire. Ed è un modo per non far morire il “nemico”, categoria indispensabile a chi, in politica come nella vita, sta in piedi solo se ha qualcuno contro cui combattere.
Un funerale e una tomba sarebbero un segno tangibile di civiltà, e allo stesso tempo di condanna senza appello. Purtroppo, certi nostri maître à penser all’amatriciana preferiscono insegnare l’odio, chiamandolo giustizia.
Ma dall’odio, come sappiamo, può nascere solo altro odio.