1978, Fuga a Parigi 3 [Il Superstite 130]

arona-2di Danilo Arona

Quella sera, dopo la squallida esibizione da affamati al brindisi di benvenuto, ci vedemmo in galleria stampa Halloween di John Carpenter. Credo fosse in assoluto l’esordio europeo della mitica pellicola con al centro l’invulnerabile Michael Myers e l’accoglienza dei 2800 presenti fu un delirio, qualcosa di paragonabile al tripudio degli ultras del San Paolo dopo un goal, ai suoi tempi, di Maradona.
Scordatevi il concetto di casino al cinema come disturbo della quiete pubblica. Quando il casino è perfettamente coordinato e in sintonia con i momenti di pausa e di tensione, è qualcosa di totalmente funzionale alla perfetta fruizione. Ma poi provate a far tacere 2800 persone…

Dopo il festival ci ritirammo a dormire al lupanare, disturbati per tutta la notte da gemiti, andirivieni e clangor di catene. Il giorno dopo, già in piedi a ora antelucana, evitammo con cura la colazione dell’albergo in quanto sospettavamo di non uscirne vivi. Il tanfo di cavolo ammorbava le pareti…
Caffè e brioche al primo bar. E poi via, alla conquista di Parigi, non prima di essersi procurati un abbonamento a testa per la metro, indispensabile in una vacanza nella capitale francese. A questo punto occorre una digressione. Magari pensate che due virgulti italiani, prossimi ai trent’anni in quel decennio lì, a Parigi si mettessero a praticare del sano turismo culturale. Niente affatto. Alle dieci del mattino camminavamo già per Pigalle per prender visione delle location più interessanti. In verità Pigalle durante le prime ore della giornata giaceva addormentata dopo una notte di orgia e lussuria. Almeno quella fu l’impressione che ne ricavammo.

HalloweenVedemmo, noi provinciali del basso Piemonte italico, cose mai viste, quali il famoso negozio “La Princesse sur le Petit Pois” (La Principessa sul Pisello!) e il Museo dell’Erotismo, che apriva però al pomeriggio. Alle 13, minuto più minuto meno, stremati dal cammino e dalla Sindrome di Stoccolma, optammo per una sosta alimentare in un ristorante cinese  a Montmartre. Oggi sarebbe il trionfo della banalità, ma non dimenticate che era il ’78 e in Alessandria ci si cibava sempre ed esclusivamente di agnolotti e insalata russa. La Cina sul fronte della ristorazione costituiva per noi un grande mistero da scoprire.
Il posto era strapieno e i camerieri parlavano solo lingue orientali. Con un inserviente il Fen riuscì a intavolare un dialogo di sette-otto minuti, imitando con tecnica onomatopeica i suoni provenienti dalla bocca del tipo. In pratica, nessuno dei due sapeva che cosa gli stava dicendo l’altro, ma ambedue fingevano di capire. Quando il cameriere se ne andò con il notes zeppo di scritte, io mi sentii costretto a chiedere all’amico: «Ma che gli hai detto?» e lui di rimando: «Ho fatto le ordinazioni», con la partenza immediata di un dialogo surreale.
«Ma che puoi avere ordinato se il menù è scritto in caratteri cinesi?»
«Ho fatto segno col dito mentre parlavo.»
«Parlavi?»
«Certo, guarda che la lingua cinese è facile.»
Un paio di minuti e il cameriere tornò con una bottiglia di bianco dell’Alsazia, vera specialità del Sol Levante. E insieme due ciotole di riso e un piattino con della salsa rossa. Scambiammo il tutto per un aperitivo e iniziammo a bere. Poi chiesi al Fen: «Tu che sei filocinese anche politicamente, sai mica se questa salsa è piccante?»
E lui con sicurezza: «No, appena appena.»

Fu l’ultima volta che mi fidai della parola del Fen. Ne misi infatti una dose generosa sopra un boccone di riso e trangugiai il tutto per dare un senso anche alla bevuta che ci stavamo facendo. Mal me ne incolse. La salsa era la regina delle salse infernali. Per un minuto buono se ne andò la vista mentre altre zone del mio corpo rispondevano alla provocazione alimentare ustionandosi dall’interno. Con il Fen che rideva come un matto perché già mezzo brillo per il bianco gelato a stomaco quasi vuoto.
Pochi minuti e finalmente iniziammo a mangiare, io tra le lacrime. Che cosa mangiammo, non lo so neppure oggi.

All’uscita dal ristorante, colpa del vino e del cerchione alla testa, sentimmo il bisogno di riposare e tornammo al lupanare di Rue de Rivoli, dove ce la dormimmo sin verso le cinque del pomeriggio.
Quindi ci alzammo e ci rimettemmo in sesto sotto una doccia di ricavo che, ogni volta che la si usava, allagava la camera.
Tonici e rinfrancati, ci proiettammo fuori, decisi a vivere la famosa notte da leoni…