Piazza Rattazzi, Via Umberto I, la S.A.V.E.S. e Lucia Lunati #13 [Un tuffo nel passato]

frisina_caldi Tony Frisina.

Rieccoci all’appuntamento (ormai consueto) con la lettura di due paginetta tratte dal libro la mia cara Alessandria, pubblicato nel 1968 da Lucia Lunati.

“Tornando alla mia compagna, Elena, così si chiamava, mi tornano alla memoria le infinite monellerie che assieme abbiamo combinato e portate a buon fine. Nella stessa nostra casa abitava la famiglia Vitale, bravissime persone che sono sempre state tolleranti e comprensive ai nostri scherzi a volte anche spinti. Il padre, signor Davide, aveva negozio di tessuti sulla piazza Rattazzi che faceva angolo con via Umberto I. Persona seria, attiva che si dedicava al suo negozio con amore ed alla numerosa famiglia che adorava. Con la sua attività, aiutato dei figli, diede poi principio alla ancora oggi conosciuta e importante ditta «Saves». Aveva sette figli, cinque maschi e due femmine. Gli ultimi tre, Gentile, Peppino e Stella, erano su per giù della nostra età e perciò nostri compagni di gioco.

Piazza Rattazzi, Via Umberto I, la S.A.V.E.S. e Lucia Lunati #13 [Un tuffo nel passato] CorriereAl 2Per questo eravamo sempre in casa loro. Una volta a Mosè, per una particolare ricorrenza, venne regalato un fonografo che era l’ammirazione di tutti e destava in noi un certo interesse e curiosità. La macchina era a tromba come tutte allora, ma i dischi erano di forma tubolare di una certa lunghezza che si infilavano in un braccetto rotante di metallo, di dimensioni giuste per ospitare perfettamente il disco-tubo. Era, questo disco, formato da una materia color cioccolato ove veniva impresso il solco della musica. Oltre il colore avevano anche un odorino di cioccolato che faceva venire la voglia di assaggiarli. Per mettere in funzione il grammofono bastava infilare il tubo nel braccetto ed appoggiarvi l’asta con la puntina e messo in movimento tutto andava bene e pareva di ottenere risultati ottimi. Tutti ci raccomandavano, anzi ci pregavano, di non toccare la superficie dei rulli perché bastava poca pressione perché l’incisione venisse guastata e con essa la musica. Come resistere alla tentazione di fare una prova? Così al momento opportuno una bella strusciata di pollice sul disco a portata di mano nessuno ci impedì di farla. Questo non ci aveva ancora appagate perché volevamo vedere come erano spessi e di quale materia erano fatti i cilindri. In poche parole volevamo spaccarne uno. Ci riuscimmo appena Gentile ne ebbe uno in mano mentre lo stava riponendo. Con un colpetto ben assestato, come per disattenzione, glielo facemmo cadere di mano. Lì per lì pareva una tragedia ma i ragazzi alle loro rientro non furono severi e ci perdonarono anche se avevano il dubbio della nostra intenzione; ripeto, erano immensamente buoni da ricordarli con particolare piacere. E per finire i ricordi di questa famiglia modello, racconto brevemente quanto combinano al buon Peppino, minore di noi di tre anni.

Eravamo in cortile a giocare alle bocce che erano di mia proprietà. S’intende che giocavamo senza regola o meglio a nostro modo. Però io ed Elena volevamo essere superiori e calcolare poco o nulla Peppino che si era unito del gioco. Bisogna dire che questi oltre ad essere minore di noi, era anche di temperamento tranquillo, timido e noi ne approfittavamo per metterlo sempre in condizioni di inferiorità facendo le dispotiche. Per farla breve, dato che, secondo noi, il gioco non proseguiva bene per colpa sua, io raccolsi le bocce nella loro rete per riportarle a casa. Peppino protestò, voleva continuare ed io per farlo tacere lasciare cadere non tanto dolcemente tutto il gioco delle bocce sulla testa del poveretto. La reazione naturalmente fu immediata con pianti strilli e mentre si avviava a casa, io e la complice lo prendemmo dolcemente sotto braccio e mentre salivamo le scale gli intimammo di dire ai suoi che era stato picchiato da ragazzi estranei che casualmente si erano uniti a noi per gioco, minacciandolo che se diceva la verità lo avremmo escluso per sempre dalla nostra compagnia, lui che tanto teneva a farne parte. La scena entrando in casa andò bene. Non lo lasciamo parlare e lui si limitava a guardarci impaurito confermando. Il giorno dopo aveva, ben inteso, qualche bernoccolo e livido sulla testa ma fu davvero eroico e di parola e non ci tradì: sin da allora si era rivelato cavaliere!”.

Il ricordo dolce-amaro – narrato dalla signora Lucia – induce la mente ad andare oltre le semplici vicende raccontate. Qui si parla di una famiglia molto conosciuta in città, una famiglia ebrea di commercianti. I proprietari e gestori del negozio SAVES.

E come si può non correre subito col pensiero, a tutta la vicenda relativa agli ebrei – non solo alessandrini ma di tutta l’Europa – che per la pazzia di un dittatore dai baffetti hanno fatto la fine che conosciamo e di cui ormai sappiamo quasi tutto?

Anche un semplice ricordo dolce e tenero, relativo all’infanzia di alcuni amici può trasformarsi quindi in memoria amara, proprio in virtù di ciò che la storia ci ha tramandato sulla catastrofe umana che ha insanguinato la prima metà del Novecento. Leggendo questi semplici ricordi non possiamo ignorare l’Olocausto.

Durante il periodo dei ricordi d’infanzia di Lucia Lunati (1900 circa) nessuno avrebbe potuto immaginare che dopo appena una trentina d’anni qualcuno avrebbe deciso di dare la caccia agli ebrei in tutta Europa per sterminarli.

I semplici ricordi d’infanzia di Lucia innescano quindi una miriade di pensieri non solo relativi alla sua vita semplice e a volte divertente e a quella cittadina dell’epoca ma alla catastrofe umana dalle dimensione immane.

La cartolina che propongo oggi riguarda via Umberto I e mostra, in primo piano, il negozio della S.A.V.E.S. (Società Anonima Vitale e Sacerdote) menzionato nei ricordi di Lucia Lunati pubblicati oggi.

Piazza Rattazzi, Via Umberto I, la S.A.V.E.S. e Lucia Lunati #13 [Un tuffo nel passato] CorriereAl

La cartolina è recente – essendo stata scritta nel 1941 – e mostra il negozio in versione relativamente moderna rispetto a quello descritto nelle rimembranze di Lucia Lunati relative ai primi anni del ‘900.

L’Editore è Oneto di Alessandria, la cui cartoleria, in quegli anni, aveva sede nella stessa strada, proprio di fronte alle vetrine della SAVES.

Un ultimo appunto.

La scritta che campeggia sulle facciate del palazzo di destra, “Pellicceria Monferini Ernesto”, è stata eliminata, durante un “restauro” non più di sei-sette anni orsono.

L’ennesimo atto vandalico “legalizzato” contro una città, da parte di chi la governa e che cerca in ogni modo di cancellare ed eliminare tutte le memorie, belle o brutte, importanti o insignificanti che siano.

3 Comments

  1. buongiorno. Una domanda al gentile autore dell’articolo. L’ex circolo dipendenti della Cr Alessandria è comunemente chiamato la “saves”. C’entra qualcosa con la ditta citata e sopratutto perché?
    grazie

    • Gentile signor Merlo, grazie per l’interesse dimostrato e suscitato dalla lettura della mia pagina.
      Qualche piccolo dettaglio lo può trovare in un mio precedente servizio apparso su queste pagine e di cui annoto il link:
      http://mag.corriereal.info/wordpress/2015/11/22/o-n-d-saves-le-cartoline-ritoccate-un-tuffo-nel-passato/
      Non ho ancora intrapreso uno studio più attento e profondo sul Dopolavoro S.A.V.E.S. e quindi, per ora, non sono in grado di raccontare molto di più sull’argomento.

    • Certo! Era il circolo sportivo del negozio SAVES (Società Anonima Vitale e Sacerdote, commercianti tessili ebrei).
      Il Dopolavoro Saves è stato inaugurato nell’Aprile del 1938.
      A luglio dello stesso anno venivano approvate le ignobili leggi razziali.
      Un anno dopo Vitale e Sacerdote furono costretti a vendere e fuggire.
      27 furono i deportati alessandrini. Nessuno si salvò.

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