Dado e il palco

Dado e il palco CorriereAl 1 di Danilo Arona

 

 

Il palco.
Il palco per un musicista è il Posto delle Fragole. Dal palco vedi e non vedi, incertezza precettiva che dipende in egual misura dalla disposizione delle luci e dall’emozione nel mettersi in gioco totalmente.
Sul palco un musicista vero che suona senza orpelli e non bluffa lancia una sfida. A sé stesso, al mondo, ai suoi pari e anche a quelli che non lo sono.

Il palco dell’Ambra – Alessandria, Cavalcavia, ex Ferrovieri (o come dicevamo ai miei tempi “I Feroci”, ma non chiedetemene la ragione) – credo abbia ribollito nella giornata di sabato 9 aprile. Dado preparava lo spettacolo serale. Bello nutrito, con un sacco di gente che lo avrebbe calcato, una roba come si dice da tempo “multimediale”. Un po’ di tensione, credo, ma soprattutto gioia. Che ci sta.

Dado Bargioni è un’eccellenza alessandrina. L’ho già scritto nel corso degli anni decine di volte. Canta le sue canzoni, suona la chitarra da dio (è gergale, non blasfemo), è showman divertente e intrattenitore di assoluta simpatia. Soprattutto è un poeta. Ed è unico perché non assomiglia a nessun altro in Italia. Sì, se hai l’orecchio allenatissimo, puoi scoprire qualche influenza con cui è cresciuto ben celata da qualche parte nella sua musica, ma si tratta di debiti non importanti e forse poco consapevoli.

Se vivessimo in un’Italia normale, Dado – al pari di qualche altra Dado e il palco CorriereAleccellenza locale – sarebbe famosissimo, all’apice di una carriera encomiabile che lo ha visto calcare il palco di cui sopra sin dalla più tenera età. Soul C. Band si chiamava la sua prima formazione con cui “spaccava” di funky e di soul, appunto.

Purtroppo l’Italia e il mondo non sono tanto normali. Potrei svisare qui – svisare è un altro gergale da musicisti… – e lasciarmi andare a una dissertazione un po’ livorosa e altrettanto retorica sulla mancata comprensione da parte del mondo di molte genialità artistiche che nello stivale abbondano.
Riuscirei persino a infilarmici, fatto il saldo di un messaggio poco fa speditomi da Daniela Catelli (quintessenza della critica cinematografica) che dice: «Se non vivessimo in un paese di merda saresti più ricco e famoso di Stephen King», ma adesso sto giocando sporco – lo confesso – a danno di Dado e del suo spettacolo Quattro +.

Dado e il palco CorriereAl 2Ma ci sta perché poi alla fine stiamo questionando della stessa faccenda: l’arte, la poesia, Alessandria, il tempo che fugge e non ti lascia scampo, la musica che se troppo bella e raffinata non va pure benissimo in quest’epoca di pazzi, citazione intenzionale di Battiato.

Le canzoni di Dado infatti sono uniche. All’ovvio pari dell’unicità del personaggio. Parole e musica mai banali, pur senza essere “difficili”, con aperture e risvolti inaspettati. Non ne citerei una soltanto perché non ne butto via nessuna. Ma quando incappa in Pioggia sulle formiche, che è vera e struggente quanto la vita sul palco, il duro che è in me si scioglie come una palla di gelato troppo esposta al sole. Ascoltatela, diverremo amici.

Nel frattempo urge accennare allo spettacolo di sabato, irrituale sin dall’apertura. Con il nostro Lucio (Laugelli) che intervistava a proposito di cinema e musica un altro Lucio (Pellegrini), regista romano con cui Dado ha lavorato e lavorerà. Una bella mezz’ora interessante per un come me che ama parimenti le due forme di spettacolo. Poi arriva Fraser Anderson, cantautore scozzese con musica quasi gotica e voce da brivido. Dopo di lui ecco Dado e la sua chitarra.

Da lassù l’uomo adocchia il teatro pieno, spara qualche cazzata rompighiaccio e intanto si piazza la sua band. Straordinaria, fatemelo sottolineare: Negro, Belluardo e Negruzzo. E poi… poi saranno quasi tre ore di spettacolo, e su quel palco arriveranno a dar man forte e a divertirsi Gege Picollo, Jacopo Ristori, Elisabetta Gagliardi, Eleonora Jones Bonzano, Chiara Giacobbe e Marco Sforza.
Guerrieri del palcoscenico, non fantasmi. E anche se non ho detto tutto questo è tutto.

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