Istantanee da Rio [Lettera 32]

Giuliano Beppedi Beppe Giuliano

 

 

Il più grande. Credo ci siano pochi dubbi, ora che “il più grande”, come amava definirsi Muhammad Alí, non c’è più, il titolo spetta a Usain Bolt. Che ha dimostrato una cosa importante, che da noi in particolare sfugge a molti: si può essere guasconi, e divertirsi, ed essere allo stesso tempo campioni serissimi che si preparano per le gare alla perfezione (e le vincono, particolare non secondario). Si può inscenare un siparietto come quello della semifinale dei 200 con De Grasse (il ragazzo canadese ha i mezzi per succedergli, tra l’altro) e finire la finale, che gli consegna la terza (!) doppietta (!) nelle gare veloci, contenti ma non troppo, perché non si è battuto il proprio primato del mondo. Bolt Davvero, una fortuna avere vista tutta la carriera di un campione così.
Ballando con le stelle. Restando in tema, circa quasi, la nostra portabandiera ha ripreso a postare sui social le foto delle sue serate in discoteca. Liberissima di andarci, liberissima di divertirsi, sarebbe bello se i nostri addetti dei media, e i nostri pubblicitari, smettessero di raccontarci che è una leggenda dello sport. Forse vincerà, finalmente, almeno in una delle prossime edizioni del programma tv dove gli ex-atleti si cimentano nelle danze.

Kissinger. Il nuotatore americano, quello che si è inventato la rapina e dopo la spettacolare conferenza stampa in cui ha mentito raccontando che gli hanno puntato una pistola alla testa è prontamente scappato a casa, sembra uscito da una di quelle storie oscure degli anni settanta ottanta in cui gli yanqui andavano a commettere soprusi nel “cortile di casa”. Pessimo, davvero.

VlasicMedjugorie. La Blanka Vlasic, saltatrice in alto croata (per cui chi scrive ha un confessato debole), fra le eliminatorie e la finale posta invece sui social una foto mentre, nel tragitto tra il villaggio olimpico e lo stadio, sguardo molto intenso un po’ perso, rosario in mano, si affida completamente a Gesù per raggiungere la finale. Cosa che, viste le sue doti da saltatrice, non ha del miracoloso.

La nostra erre. Valeria Straneo corre un’altra splendida maratona, in una gara molto veloce e resa durissima, oltre che dal clima, dalle splendide corridore (me lo passate il termine?) degli altipiani. Poi, appena arrivata, come sempre sorridente, intervistata dalla Rai ci delizia con una erre arrotata che più alessandrina non si può. Forza, vogliamo sentirla di nuovo dopo la maratona di Tokyo 2020.

La grande Serbia. “Non si deve dimostrare di essere forti solo perché sta scritto sui giornali, ma bisogna dimostrarlo solo sul campo, perché lì non si può mentire mai.” Sasha Djordjevic (da buon serbo) non fa il diplomatico, intervistato dalla Gazzetta sull’assenza del nostro basket a Rio. Intanto, da allenatore, torna a sfidare gli Usa in una finale vent’anni dopo. Ad Atlanta era ancora la squadra di Divac (gli fischiarono cinque falli molto fiscali), di Danilovic (giocò male, soprattutto tirò male in finale), di Bodiroga, di Paspalj (straordinario finché le tante sigarette fumate non lo tolsero dalla partita), appunto di Sasha, 13 punti nel 69-95 finale (ma il primo tempo finì con Barkley, Pippen, Stockton, Karl Malone, Shaq e compagni a sudarsela, e non poco). Allora la Serbia si faceva chiamare ancora Jugoslavia, ed erano anni drammaticissimi, come ben ricordiamo.

No, non è la Bbc. Le prime Olimpiadi le ho viste su una televisione in bianco e nero, quelle di Monaco 1972. Per la prima volta quest’anno ho visto più gare sul tablet che su una tv. In tutto questo, nonostante un diffuso scetticismo, nell’era delle tv satellitari la vecchia Rai ha trasmesso le gare più che dignitosamente, nei commenti senza certe inutili esagerazioni cui, per esempio, i telecronisti di Sky sembrano forzati.

Futura. Benedicta Chigbolu, Maria Elena Spacca, Ayomide Folorunso e Azzurre 4x400Libania Grenot possono essere l’immagine migliore del futuro del nostro sport e della nostra società. Intanto sono arrivate in finale della staffetta 4×400, e battendo il record italiano (e il sesto posto in finale è pure notevole). Benedicta è romana di padre nigeriano, suo nonno è una celebrità dell’atletica nigeriana, finalista dell’alto a Melbourne 1956. Maria Elena, aquilana, trentenne, nonostante parecchi infortuni è riuscita a partecipare a Rio, e ha corso una grande frazione nella semifinale da primato. Ayomide, la più giovane, vent’anni non ancora compiuti, è nata in Nigeria, e vide dal 2004 a Fidenza. Studia medicina. É anche arrivata in semifinale nei 400 ostacoli, mentre in finale nei piani è arrivata Libania, italiana per amore dopo la partecipazione ai mondiali del 2005 con Cuba. Io al ritorno nella loro Italia le festeggerei e premierei come se fossero salite sul podio.

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